Dario Fo, il giullare che castigò i costumi

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Io ho un ricordo vivido di Dario Fo (Sangiano, 24 marzo 1926 – Milano, 13 ottobre 2016), risalente a circa 40 anni fa: abitavo ancora a Trieste, il televisore era in bianco e nero e bisognava alzarsi per cambiare canale, e c’era questo signore stranissimo, con la faccia come una maschera di chewing gum e gli occhi che ridevano, che parlava velocissimo e pronunciava parole incomprensibili. Insomma, non capivo niente e non ero assolutamente in grado di fare paragoni, ma mi divertivo moltissimo e quel ricordo mi accompagnò per anni, tanto da essere uno dei più nitidi di un’infanzia per il resto abbastanza triste e confusa.

Dario Fo

Nel frattempo di questi 40 anni, Dario Fo è arrivato a compiere 90 anni, vivendo una vita tanto lunga quanto intensa, ad ottobre 2016 giunta al suo epilogo: ne doveva scorrere di sabbia nella clessidra, prima che capissi il senso (e la storia, ché non si tratta di una invenzione di Fo) del grammelot, nel qual mentre il giullare si dilettava ad essere sul palcoscenico della cultura e della politica italiana impresario, costumista, drammaturgo, attoreregista, scrittore, autore, illustratore, pittore, scenografo e attivista E si dilettava anche a vincere un Nobel, nel ’97, alla seconda candidatura (dopo il ’75), per la Letteratura: «Perché, seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi», la motivazione dell’Accademia svedese.

Personaggio quindi ingombrante, in tutti i sensi, Fo non può essere maneggiato facilmente, anche se non richiede particolare cura perché «aduso ad affrontar singolar tenzoni d’ogne tipo», che andavano dall’occupare il palcoscenico tutto da solo (Misitero Buffo) al conquistare il pubblico con un linguaggio scenico che non si fonda sull’articolazione in parole, ma riproduce alcune proprietà del sistema fonetico di una determinata lingua o varietà, come l’intonazione, il ritmo, le sonorità, le cadenze, la presenza di particolari foni e le ricompone in un flusso continuo, che assomiglia a un discorso e invece consiste in una rapida e arbitraria sequenza di suoni (Vocabolario Treccani: curioso come tale definizione si attagli perfettamente anche ai discorsi parlamentari del Senatore Razzi). Di fama esemplificativa pari se non superiore ai vari grammelot di Fo, il 45 giri di Adriano Celentano Prisencolinensinainciusol (ma in tanti si cimentano nell’affabulazione nonsense-sonora, come Gigi Proietti ed Enrico Brignano).

Tra battute e stile cavalleresco, nel paragrafo soprastante abbiamo cercato di rendere omaggio al giullare Fo, in forma personale, estemporanea ed imperfetta: dopodiché, per la descrizione di un personaggio come Fo non è possibile procedere in maniera organica: unica costante, l’impegno per la conoscenza, anche e soprattutto in presenza della risata, giacché… «fermare la diffusione del sapere è uno strumento di controllo per il potere perché conoscere è saper leggere, interpretare, verificare di persona e non fidarsi di quello che ti dicono. La conoscenza ti fa dubitare. Soprattutto del potere. Di ogni potere».

 

In un certo senso, non è nemmeno lecito: Fo è stato definito in maniera montaliana come antitesi, sentitamente degli “intellettuali organici” e quindi (e questo è un non sequitur, ma da non-intellettuale-organico) non necessita di una trattazione organica. La prospettiva di Fo è sempre ribaltata, i personaggi storico o storico-letterari delle sue opere hanno sempre caratteristiche speculari rispetto agli originali. Anticonformismo, anticlericalismo e anarchia da una parte, satira che mai come in questo caso è l’anagramma di risata, farsa, vaudeville, gag del muto dall’altra: nell’opera di Fo c’è tutto questo e dobbiamo appena aggiungere la politica.
Anche in Brecht vi sono forti e dirette intersezioni tra teatro e politica, non fosse altro per la destinazione ideale delle opere, rivolte programmaticamente come ricordiamo ad un pubblico proletario. Ma in Dario Fo, ancorché col mantello della satira, la politica si sovrappone letteralmente alla rappresentazione e alla cronaca; pensiamo a Morte accidentale di un anarchico, chiaramente legato al volo fatale dell’anarchico Giuseppe Pinelli dalla finestra della Questura di Milano, ma la politica permea l’opera di Fo tanto quanto la vita pubblica e privata: fu di matrice politica anche la violenza subita dalla moglie Franca Rame, sequestrata e abusata nel 1973 da esponenti della destra eversiva come “punizione” per le posizioni di sinistra dei lavori della coppia.

Il fatto, ancorché tragico, è comunque emblematico della contraddizione connaturata alla figura di Fo, al quale è stata duramente e lungamente contestata l’appartenenza pregressa alla Repubblica Sociale Italiana durante il fascismo, che in sé Fo non ha mai negato ma che comunque ha portato a diverse vicende anche giudiziarie: la posizione forse più dura nei confronti di Fo fu quella di Oriana Fallaci che lo ebbe a definire «un vecchio giullare della repubblica di Salò. Cioè … un fascista rosso che prima d’essere fascista rosso era stato fascista nero quindi alleato dei nazisti che nel 1934, a Berlino, bruciavano libri degli avversari». La questione venne poi ripresa nell’immancabile autobiografia, uscita nel 2007 col titolo Il mondo secondo Fo. Conversazione con Giuseppina Manin, dove Fo ammette/afferma di essersi arruolato per una questione di sopravvivenza e trova modo di fare un distinguo francamente pleonastico e di basso profilo col collega insignito del Nobel Gunther Grass, già appartenente alla Waffen-SS.

Dario Fo e Franca Rame

D’altronde, tra un visto d’ingresso negato dagli USA ed una reprimenda del Vaticano, Fo ha continuato imperterrito a farsi beffe del potere costituito, a sfruttare gli strumenti di satira e farsa, le figure del giullare e del matto (non una gran novità, in effetti: ridendo castigat mores, dicevano i latini), prendendosela con la burocrazia come esempio dell’aberrazione dell’autorità costituita (Gli arcangeli non giocano a flipper), ma anche a spaziare nel teatro d’opera, nell’interpretare Azzeccagarbugli nei Promessi Sposi di Nocita, a collaborare ai testi di Jannacci.

“Autore” anche del figlio Jacopo, che segue le orme e l’eredità paterna, in una marea di lavori riesce, incredibilmente, anche ad essere sintetico e aforistico, sferzante come una battuta teatrale:

Dato che esistono oratori balbuzienti, umoristi tristi, parrucchieri calvi, potrebbero anche esistere politici onesti.

(exit)

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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