Perché abbiamo smarrito il senso della Storia: non c’è passato in un Paese senza futuro, ce lo spiega Giuseppe De Rita

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L’occasio avrebbe potuto essere, ovviamente, l’abolizione della Storia (con la maiuscola, prego); oppure, l’appello di Liliana Segre. Cogliamo invece lo spunto delle riflessioni di Giuseppe De Rita, presidente del Censis, recentemente intervistato da Repubblica partendo proprio dall’avvilente questione Storia/maturità, che è stata ottimamente sintetizzata in un concetto: non c’è passato in un Paese senza futuro.

Giuseppe De Rita

In buona sostanza, la visione di De Rita è quella di una nazione intrappolata nel presente. Ma soprattutto, intrappolata tout court: l’ultimo rapporto del Censis, alla fine del 2018, aveva definito l’Italia come in preda ad un “sovranismo psichico”, un Paese spaventato, insicuro, arroccato sulle proprie posizioni, che non trova risposte credibili alle proprie istanze. Anche perché quelle istanze erano fallaci dall’inizio, the dice was loaded from the start: se è vero che il paese si mobilita se c’è sviluppo, è altresì vero che alla ggente e alle nazioni è stato fatto credere che l’avidità fosse un bene, e che la crescita potesse continuare indefinitamente. e invece, non c’è passato in un Paese senza futuro.

Del resto, non c’è futuro in un paese senza passato: chi non conosce la Storia è condannato a ripeterla è aforisma talmente abusato da aver perso di significato reale al pari della Storia quale maestra senza scolari. Non vi è dubbio che il depauperamento progressivo dell’istituzione scolastica, che prende il tratto da molto lontano ed è veramente una delle poche manifestazioni sociopolitiche autenticamente bipartisan, non è un errore di percorso ma un obiettivo ben preciso, favorito progressivamente dalla tecnologia che ci ha illuso di poter veicolare conoscenza, ma ne ha trasmesso solo l’illusione, generando  ibridi analfabeti funzionali frustrati e aggressivi.

Giuseppe De Rita ha da poco pubblicato un interessante saggio dal titolo Prigionieri del presente, il che è la condizione inevitabile se non c’è passato in un Paese senza futuro; il punto di vista del sociologo è, ovviamente, prevalentemente socioeconomico, ma De Rita si spinge a dire che nessuno scrive più di fantascienza. Questo è solo parzialmente vero: il fatto invece è che la fantascienza che si scrive è pressoché tutta distopia, un futuro rovinato in cui non c’è spazio per la speranza, ben lontano dal positivismo ottimistico che fu di Verne, ma anche di Asimov e Star Trek. Perché il futuro, che anche De Rita delinea seppure in parte inconsapevolmente, ovviamente c’è: solo, è uguale al presente.

Che senso avrebbe la Storia?

Da un lato la globalizzazione, dall’altro le spinte autoritarie e assolutistiche (perfino quelle mascherate da political correctness): in senso entropico, entrambi questi macrofattori delineano un futuro in cui le diversità tenderanno a scomparire, e con l’esse l’energia potenziale sociale, che tende a zero. Non più melting pot, ma melma indistinta, come in Nirvana, Blade Runner, Johnny Mnemonic. Si delinea un futuro in cui tutti i luoghi diventino uguali, e quindi non-luoghi (vedasi Marc Augé), e tutti i giorni altrettanto. Incubi, quindi, come tutti i sogni che si ripetano sempre, ossessivamente, identici.

Fermo restando che, nel contingente, è più che corretto, anzi vitale, chiedere il ripristino della Storia agli esami, e puntare all’approfondimento delle arti ed alla valorizzazione delle diversità. Ma la sintesi del pensiero di De Rita, non c’è passato in un Paese senza futuro, ci dice anche che nel momento in cui non dovessimo avere un futuro, perché globalmente uniformati in un Mondo Nuovo di huxleiana memoria in cui tutto si prevede uguale in un continuum spazio-temporale-sociale, il passato semplicemente finirebbe di rivestire qualsivoglia interesse per chiunque. Altrimenti detto: quale interesse può avere, per qualsiasi scienza o individuo, da dove proveniamo, se non stiamo andando in nessun luogo?

Naturalmente, uno stato di cose siffatto è ancora potenziale, globalmente parlando. L’analisi di De Rita, e i rapporti del Censis, invece, tratteggiano un Paese reale che potenzialmente potrebbe ancora dover fare i conti con un futuro che, reiterandosi, mostra tutti i segni della farsa dopo essere stato tragedia.

In un Paese reale, la Storia sarebbe fondamentale.

Il problema è che questo non è un Paese per vecchi. Né per giovani. Né per stranieri. Semplicemente, non è un Paese, ma un’accozzaglia.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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