“Moby Dick”: per i tiranni la libertà individuale altrui è il mostro più orripilante

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Herman Melville

Lo spermaceti è una sostanza cerosa presente nel capo dei capodogli e in quantità minori nel capo e nei tessuti grassi di altri cetacei. Dal che, abbiamo immediatamente risolto il problema annoso di coloro i quali si chiedono (al di là del fuorviante sottotitolo or The whale) se Moby Dick fosse da ritenere una balena o un capodoglio: tassonomicamente, è un capodoglio, il caso è chiuso. Perché, nel romanzo di Herman Melville che usciva il 18 ottobre del 1851, lo spermaceti è quello che determina la caccia ai cetacei, che pure venivano usati anche per altro, la vita di capitani e ramponieri, armatori e locandieri di Nantucket e soci, donne e futuri orfani – ché la caccia ai giganti del mare faceva non pochi morti, giustamente – produttori di corsetti e protoindustriali della cosmesi: lo spermaceti, etimologicamente parlando “sperma di balena”, è il motivo per cui si sono sterminate le balene ed i capodogli, per i cosmetici appunto, ma anche per l’olio da lampade e per la fabbricazione di candele.

Tutti ottimi motivi per dare la caccia a Moby Dick, validi quanto la caccia alle foche per la pelliccia, ai gorilla di montagna per farne posacenere dalle mani mozzate, quanto lo sterminio degli elefanti per l’avorio. Battute di caccia che sono viaggi all’inferno, lo spermaceti come l’avorio, viaggi inutili di gente senza cuore, il capitano Achab come Kurtz, tutti possessori di cuori di tenebra.

Come affrontare un discorso su Moby Dick? Facendo ali al folle volo, iniziando un viaggio di perdizione. La stesura stessa del romanzo, in fondo, fu un viaggio consimile: un anno e mezzo di lavoro per vendere 3200 copie fino al 1891, anno di morte di Melville, l’opera fuori catalogo e riscoperta appena negli anni ’20. Non aiutarono Melville le parti che vennero considerate oscene, blasfeme e quelle ironicamente irriverenti verso la corona britannica. Moby Dick-romanzo come via di perdizione tanto quanto Moby Dick-balena bianca, quindi? Probabilmente stabilire un simile parallelo è eccessivo: ma è fuor di dubbio che uno dei temi del romanzo è l’ossessione, una forma maniacale psicotica del Capitano Achab, e come sarebbe possibile scrivere di un’ossessione senza sapere di cosa si sta parlando?

Quindi, appunto, di cosa stiamo parlando? Dal momento della sua riscoperta, sia il Moby Dick-romanzo che il Moby Dick-figura sono entrati prepotentemente ed ad ottimo diritto nell’immaginario collettivo mondiale. Moby Dick è un viaggio errabondo, il Pequod è una nave condannata ed il suo peregrinare un traghettamento verso l’Inferno («Dal cuore dell’Inferno, io ti trafiggo! In nome dell’odio, sputo il mio ultimo respiro su di te, maledetta bestia!») da Caronte-Achab di tutte le anime condannate trasportate dalla baleniera, da Queequeg in giù. Moby Dick è il döppelganger di Achab, che ha non solo un antagonista ma anche un deuteragonista, una doppia coppia quindi, laddove Cuore di Tenebra ruotava solo introno a Kurtz-Marlow qui abbiamo anche Achab-Ismaele. Moby Dick creatura metafisica, conoscenza dell’inconoscibile; Moby Dick romanzo del male, «il mio romanzo malvagio», il Male tema portante, Male che non è altro da sé, ricerca di una vendetta mafiosa (Achab odia la Balena Bianca come Al Capone odia l’FBI, maledetti bastardi), desiderio di vendetta che è anche desiderio di morte

Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu che insensato cerchi lei!

Anatomia di uno spermaceti

La fine del viaggio del Pequod è a Samarcanda, o a Timbuctù (a dirla con Paul Auster).

La genesi dell’opera trae spunto da avvenimenti reali (e del resto la narrazione lo trae dall’esperienza diretta di Melville): l’affondamento della baleniera Essex da parte di un capodoglio nel 1820, l’uccisione del capodoglio albino Mocha Dick. Ma l’anima dell’opera ha origini molto più lontane e archetipiche, visto che il Leviatano è presente in diversi contesti culturali, dall’Antico Testamento alla mitologia babilonese e fenicia: mostro marino rappresentante il caos, la brutalità assoluta e non pensante, rappresenta la parte dell’uomo che l’animale razionale cerca altrettanto brutalmente di spegnere in se stesso. Ma Moby Dick è anche il sonno della ragione che genera mostri, è quell’abisso in cui troppo lungamente si è scrutato e che, dopo aver scrutato in noi, si è materializzato.

Gregory Peck nei panni di Achab

Distante, fortunatamente, dal mostro reazionario e cinico che inghiotte un libero pensatore come pinocchio, nonostante la similitudine evidente, distante, enormemente, dalla potenza bruta ma viscida e strisciante che era racchiusa nella definizione di Balena Bianca attribuita alla Democrazia Cristiana: vi è un legame culturale italico con Moby Dick, regina madre colta mentre seguiva le proprie stelle, mostro infernale la cui unica colpa è quella di voler vivere, di voler essere quel che è.

Alla fine, del romanzo, del film, della Storia, Moby Dick è quello spirito anarchico che è sempre in direzione ostinata e contraria, che reclama il diritto di mantenere la testa alta, quella testa che Achab e tutti gli Achab del mondo, gli insegnanti che spandono sarcasmo nero contro le balene bianche, vorrebbero cadesse, per lo spermaceti e per il bottino ben più ricco della mortificazione, dell’umiliazione, della massificazione.

Siate, urla Moby Dick, ferita a morte dagli arpioni in corpo: balene bianche o pecore nere, ma siate. Ma attenti: la caccia non finisce mai.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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