Libera contro le mafie: per la memoria e l’impegno di un’Italia buona

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Il 21 marzo, si è svolta la Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie che Libera ha promosso in tutta Italia grazie a manifestazioni e commemorazioni nelle piazze, nelle università, nelle scuole e nei luoghi pubblici. Libera è il cartello di associazioni contro le mafie fondato nel 1994 da don Luigi Ciotti, anche fondatore del Gruppo Abele. L’attuale presidente onorario di Libera è il professor Nando Dalla Chiesa. Sono oltre trecento i gruppi che hanno aderito a questo scopo, al fine della lotta per la legalità nel nostro Paese. Sono trascorsi venticinque anni da quella nascita, ma ogni anno la promessa della Libertà e della Giustizia in Italia si deve rinnovare. In memoria di tutti coloro che hanno perso la vita perseguendo fondamentali valori civili e svolgendo il proprio mestiere di utilità pubblica. Con la speranza di passato più consapevole, e di conseguenza di un futuro più consapevole.

Quest’anno la piazza principale scelta è stata Prato della Valle, Padova. Da qui hanno risuonato le parole di don Ciotti, sul significato profondo di questa giornata di commemorazione, davanti a ben 50 mila persone, che si sono radunate per manifestare e diffondere il valore della legalità e della speranza, a fronte della corruzione e dell’illegalità. «Siete voi a non essere induriti dagli egoismi, a non essere corrotti dalla sete di denaro e di potere, siete voi sensibili al sogno. Le mafie oggi sono diventate simili a noi. Hanno acquisito sembianze più rassicuranti e noi siamo diventati simili a loro. Non occorre essere complici attivi per essere alleati delle mafie, basta la mafiosità, quel distorto modo di vedere e di sentire che antepone l’interesse privato a tutto… è da 163 anni che parliamo di mafie. Non è possibile. Non è possibile in un paese civile che l’80 per cento dei familiari delle vittime non conosce la verità o la conosce solo in parte. Abbiamo bisogno della verità su Giulio Regeni e Ilaria Alpi  e abbiamo bisogno di notizie su Padre Dell’Oglio e Silvia Romano…». 

Durante occasioni come questa sfociare nella retorica e nel luogo comune è semplice ed è un rischio – e ci scusiamo se sta accadendo anche in questa sede. Ma il fatto è che proprio in occasioni come questa è quanto mai importante ribadire ciò che sta alla base di tutto, portando con sé una tradizione e una storia di impegno utili a testimoniare tutto questo. Quanto possa dimostrare un’energia simile per il bene del nostro Paese, nonostante tutto il male, il corrotto e il sangue che l’ha attraversato, in tempi più remoti come in quelli più recenti – che si parli di conflitti, guerre di mafia, attentati o immigrazione.

Sempre 25 anni sono trascorsi dalla morte in Somalia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, giornalista inviata di Rai Tre e cineoperatore, che è avvenuta proprio il 20 marzo 1994, quasi commemorazione a pennello di questa giornata per la legalità. Più di due decenni però non hanno permesso la scoperta della verità, tanto che ancora una volta si rischia l’archiviazione del caso. Questioni molto complesse si nascondono dietro questa ricerca irrisolta, e per tutto questo tempo, fino allo scorso 2018, la madre di Ilaria, Luciana, ha lottato in tribunale nel ricordo di sua figlia. Lo stesso vale per la madre di Nino Agostino (agente di polizia palermitano ucciso nel 1989 insieme alla moglie), Augusta, scomparsa qualche mese fa. Anche questa, una storia di dolore che ha cambiato per sempre le sorti di una famiglia, una vicenda lunga di depistaggi, lunga come la barba bianca di Vincenzo Agostino, che per protesta da quell’anno mantiene tale.

Dunque, il 21 marzo. Una giornata in cui si leggono i nomi di più di mille vittime. Non solo numeri, ma storie. Dietro ogni loro voce che purtroppo non possiamo più ascoltare, ma per cui siamo chiamati a rendere giustizia.

La mafia uccide. Il silenzio pure.

(Peppino Impastato)

[Le immagini inserite raffigurano i cortei delle più varie città d’Italia, da Padova a Palermo, da Roma a Torino. Alcuni dei simboli sono stati striscioni con i nomi delle vittime accompagnate da paia di scarpe che rimandano alle loro storie, altrimenti l’affissione delle biografie delle vittime innocenti e la lettura dei nomi nei cortili delle università, come testimoniano gli atenei di Milano].

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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