Alda Merini e il dramma oscuro del manicomio

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Alda Merini e il dramma oscuro del manicomio

Si va in manicomio per imparare a morire.

2-1La frase riportata è di Alda Merini (Milano, 21 marzo 1931 – Milano, 1° novembre 2009), poetessa dalla sensibilità elevata, simbolo, anche, del malessere degli individui, malessere che per lei aveva come paracadute soltanto la poesia.

La storia di Alda è una storia molto particolare. La sua vita senza alcun dubbio non si può ritenere monotona, al contrario è stata caratterizzata da emozioni fortissime. Il suo dramma, o più comunemente il suo malessere, inizia a farsi vivo con quelle che le stessa definì le prime ombre della sua mente, nel 1947. Era già sposata e aveva due figli, si riteneva una moglie e una madre felice, ma a volte, come tutti gli esseri umani, aveva momenti di stanchezza, di tristezza e di rassegnazione; parlò di questi suoi problemi a suo marito, che non solo non comprese nulla, ma fece ricoverare la giovane moglie nella clinica Villa Turro di Milano.

Alda Merini soffriva di disturbo bipolare, che all’epoca però era considerato semplicemente un costante cambiamento d’umore. Molti altri geni come lei hanno sofferto, o soffrono tutt’ora di questo problema. Si ricorda su tutti Dino Campana, anche lui infatti aveva seri disturbi.

Ma curarli sarebbe stata la scelta giusta? Questi problemi forse erano la marcia in più di queste persone; grazie alla loro schizofrenia, al comportamento atipico, riuscivano a vedere cose laddove gli altri non riuscivano a vedere e di conseguenza a creare forme d’arte impressionanti, intese come capaci di colpire nel profondo il lettore o lo spettatore.

Il malessere di cui ha sofferto Alda Merini è stato sicuramente logorante per lei. La sua vita è stata un mix di incredibili emozioni e gioie, legate però a perenni dolori. Questa sua condizione trovava sfogo prima che sui fogli, sulla parete della sua camera da letto, tappezzata di frasi, aforismi e riflessioni. Scritte con il rossetto in ogni angolo, sugli specchi, vicino il letto: quando il suo genio si manifestava ogni luogo era adatto per dargli vita.

La vita della poetessa dei Navigli non è stata facile in manicomio. Come disse spesso, lei non si riteneva pazza e ne era consapevole: si ribellava dunque ai medici e alle cure a cui la sottoponevano. Il ricordo peggiore è quello dell’elettroshock. Alda ricordava la stanza dove lo “somministravano” come un luogo terribile, dove ti saliva addosso la paura già nell’anticamera. Un luogo piccolo e sporco, dove la gente aspettava il proprio turno ascoltando inermi le pene patite nella stanza vicino.

3-1Alda Merini può ritenersi relativamente fortunata perché la sua reclusione, malgrado tutto, non durò molto. Quando ne uscì però la sua persona ne risentì profondamente, al punto che la sua vita ruotò perennemente attorno all’incubo del manicomio. Luoghi di tortura legalizzati, dove i matti non avevano nessun contatto con l’esterno. Persino le lettere che scrivevano erano controllate dai medici che decidevano se spedirle o meno. Luoghi in cui ancora oggi si respira la crudeltà dell’uomo.

Oggi i manicomi non sono altro che dei casermoni abbandonati e oltre ai sopravvissuti, gli unici testimoni di ciò che accadde lì dentro sono le pareti. Tra le tante testimonianze ci sono quelle della Merini. Le sue poesie mozzafiato, i suoi aforismi, le sue riflessioni sono la testimonianza palese di come una persona disturbata possa invece essere una fonte di emozioni, sensibilità, di vita; persone ritenute instabili che ci hanno insegnato tanto nella vita e ognuno di noi, nelle parole che scrisse la poetessa pazza, si è almeno una volta rispecchiato.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

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