L’impronta letteraria di Gogol’ nella Russia zarista del XIX secolo

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«Siamo tutti usciti dal cappotto di Gogol’». Un’affermazione che, estrapolata dal contesto sembra dire poco, ma fu con queste poche parole che il celebre romanziere Fedör Dostoevskij interpretò l’opera capitale di uno dei più eccezionali precursori di quello che sarebbe stato il realismo russo ottocentesco.

Fotografia di Nicolaj Gogol’, 1845

All’inizio del XIX secolo la Russia zarista presentava già i caratteri di quella crisi che agli albori del Novecento avrebbe condannato l’impero a soccombere sotto i colpi di una guerra totale e di un’irreversibile rivoluzione sociopolitica. Ristagno economico, arretratezza burocratica, immobilismo sociale erano i segni di un fallimentare sistema imperiale incapace di reagire alla modernità. Un impero, quello russo, in cui i tentativi di riforma promossi dagli Zar, anche se ispirati a principi liberali, non riuscirono ad imprimere quel vigoroso processo di evoluzione necessario alla società per spezzare lo status quo. Una situazione in cui l’assolutismo degli zar impediva la creazione di un moderno sistema burocratico e, soprattutto, di una moderna rappresentanza politica. Un sistema in cui l’autocrazia dei regnati offuscava il magistero ecclesiastico nella sua missione di guida etico-morale del popolo. Queste condizioni contribuirono a convincere il mondo culturale russo della necessità di assumersi maggiori responsabilità nei confronti della propria nazione. L’intellettuale venne investito da una missione etica e sociale di denuncia, impegnato in quella ricerca di verità che avrebbe rappresentato la premessa fondamentale della nascita e conseguente apoteosi del realismo russo ottocentesco.

Siamo ai primordi di quella che sarebbe stata ribattezzata come la stagione letteraria del realismo, una rivoluzione rispetto alla produzione precedente, che avrebbe portato ad elaborazioni intellettuali eccezionali. Ed è su queste basi che possiamo cominciare a riflettere sulle parole di Dostoevskij, sulle sue considerazioni a proposito della portata rivoluzionaria della letteratura di Gogol’.

Copertina della prima edizione de Le anime morte di Gogol’

Nicolaj Vasiljevitch Gogol’ nacque il 20 marzo 1809 in un villaggio ucraino alle periferie dell’impero. Allevato da una famiglia di proprietari terrieri, assimilò dai suoi genitori l’amore per la terra e per le tradizioni folkloriche ad essa legate. Questo suo primo background culturale, confermato ed arricchito dall’esperienza infantile trascorsa nella cittadina provinciale di Mirgorod, influenzò la sua prima produzione letteraria in cui folklore, memoria storico-popolare ed intrecci magici e fiabeschi confluirono in racconti pieni di calore, rimandi tradizionali ed ambientazioni provinciali (Veglie alla fattoria presso Dikan’ka,1831).

Ma è con la raccolta Arabeschi – contenente il racconto Il Cappotto, citato da Dostoevskij – del 1835 che qualcosa mutò nel suo stile di scrittore. Intanto Gogol’ aveva lasciato la provincia per trasferirsi a Pietroburgo, assunto come professore di storia all’università. Un’esperienza che si rivelò presto un insuccesso, ma che gli permise di fare i conti con una realtà diversa, un mondo fatto di burocrazia e meschinità. I nuovi racconti abbandonarono quindi i toni fiabeschi ed evocativi degli esordi per calarsi ironicamente nella mediocrità della Russia contemporanea. Il carattere ironico dei racconti diventò satira pungente nella commedia L’ispettore generale, messa in scena a Pietroburgo nel 1836. Una rappresentazione in toni grotteschi della burocrazia reale, che suscitò reazioni diverse nell’opinione pubblica, turbando non poco l’animo già di per sé inquieto di Gogol’. Lo scrittore non aveva come obiettivo primario quello di presentare la sua opera letteraria come rivoluzionaria: il suo realismo veniva infatti continuamente deviato da movimenti visionari e fantastici, che resero la sua produzione difficilmente inquadrabile all’interno di un preciso filone letterario ed interpretativo. Il suo realismo non era critica, bensì descrizione, a volte maniacale, dei particolari della realtà.

Targa dedicata a Gogol’, Roma

A seguito delle polemiche suscitate dalla commedia messa in scena a Pietroburgo, Gogol’ decise di intraprendere un viaggio attraverso l’Europa che lo portò a stabilirsi a Roma per un lungo periodo. Qui portò avanti il suo grande progetto: il romanzo che lo avrebbe consacrato agli occhi dei suoi successori come pioniere della nuova letteratura russa: Le anime morte. Una sorta di poema dantesco moderno, calato nella Russia provinciale, in cui l’autore intravedeva una possibilità di redenzione che però non riuscì mai a raggiungere, come testimonia la vicenda del romanzo, la cui seconda parte venne bruciata dallo stesso Gogol’, ormai rassegnato all’impossibilità di sfuggire al grigiore imperiale e di trovarvi un’ancora di salvezza. Una prova letteraria che lo consacrò come acuto osservatore e interprete della società russa a lui contemporanea.

Gogol’, continuamente tormentato da contrasti interiori, non riuscì mai a trovare un equilibrio tra le sue accensioni mistiche e religiose di connessione e comprensione dell’altro e della società che lo stava assorbendo e il suo bisogno di criticarne le contraddizioni e le bassezze dell’esistenza moderna. Queste crisi ricorrenti segnarono la sua morte, avvenuta il 21 febbraio del 1852 per consunzione a seguito di lunghi periodi di digiuno alla continua ricerca di quella angosciante purificazione interiore.

Nikolaj Gogol’, ignaro di quello che avrebbe rappresentato per i suoi successori, si spense nell’incapacità di adattarsi ad un mondo sempre più avido e borghese, troppo lontano dalla spiritualità dello scrittore: quella spiritualità che gli permise di cogliere la terribile assurdità dell’esistenza nei suoi più piccoli particolari.

Deborah Gressani per MIfacciodiCultura

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