I Grandi Classici – “Il Cappotto” di Gogol’, grottesco dramma della vita inutile

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Diceva Raymond Carver che un buon racconto vale quanto una dozzina di cattivi romanzi: non possiamo che essere d’accordo, sia in valore assoluto che considerando la deprecabile tendenza dell’Homo Bestsellericus e dell’editoria in genere a sfornare, ad un certo punto della carriera, le temibilissime saghe e/o romanzi epocali (probabilmente influenzati da un giustificatissimo senso di inferiorità dei confronti di Tolstòj e soci), vedi attualmente il polpettonomene Ken Follet. Nel contempo, di conseguenza, vien fatto di porci domande sulla natura di un Grande Classico: le dimensioni dell’opera sono proprio un requisito necessario a definire uno scritto “Grande Classico”? Breve la vita felice di Francis Macomber, Il diamante grosso come l’Hotel Ritz, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, questi racconti se ne stanno lì ad ammiccare dalle raccolte di cui fanno parte, reclamando la propria dignità di opera a sé stante: poi, con casuale intelligenza, seppure titubanti per numerose prove a discarico, mere operazioni commerciali degli squali editoriali (Bennet, Dicker et similia), ci imbattiamo in una recentissima edizione Garzanti che ci mette in mano Il cappotto di Nikolaj Vasil’evič Gogol’, solo soletto, del tutto isolato dai Racconti di Pietroburgo, ed i nostri dubbi si sciolgono, è il caso di dirlo, come la neve al sole. Neve del generale inverno russo, neve di Pietroburgo, naturalmente.

Il Cappotto di Gogol', grottesco dramma della vita inutile
Un ritratto di Gogol’

C’è neve e neve, ovvio: la neve del senso di Smilla non è quella delle debosciate stazioni sciistiche del jet set, e men che meno quella della Pietroburgo del 1842. Addirittura, come si evince molto bene dalle pagine di Gogol’, la neve è diversa da quartiere a quartiere nella stessa Pietroburgo. Come ci sono persone e persone, burocrati e burocrati. Cappotti e cappotti. Ci sono cappotti che possono valere una vita. Anzi, ben di più, se si abbina il cappotto giusto all’impiegatuccio sbagliato.

Così, con la storia del piccolo burocrate Akakij Akakievič e del suo cappotto nuovo, che si consuma in meno di una serata di lettura (molto meno, invero), Gogol’ pone le basi del racconto moderno e financo del romanzo moderno, addirittura in misura maggiore che con il capolavoro romanzesco Le anime morte: perché la storia di questo funzionario dell’amministrazione burocratica è un capolavoro di ironia, e pertanto non può non esserlo anche dell’analisi psicologica, ché l’ironia è supremo esercizio dell’intelletto, strumento di ribaltamento prospettico e pertanto disvelatore dell’animo umano. Attraverso il faticoso parto dell’acquisto di un cappotto nuovo da parte di una personcina il cui unico impiego e la cui unica soddisfazione è copiare documenti, Gogol’ sbeffeggia col sorriso tutti gli strati della società, burosaurica, corrotta, ridicola e patetica, costituita da nullità palesi e nullità nascoste, queste ultime veri e propri colossi dai piedi d’argilla.

Il Cappotto di Gogol', grottesco dramma della vita inutile
Renato Rascel è Akakj Akakievjc per Lattuada

Già autore definito realista, con Il cappotto Gogol’ entra decisamente nel grottesco, e nel contempo consolida la sua fama di fondatore del moderno realismo russo. Ma Il cappotto è stato ed è fonte di ispirazioni per torme, generazioni di autori: un certo Dostoevskij disse «Siamo tutti usciti dal Cappotto di Gogol’». Critica vuole che intendesse, Dostoevskij, tutta la successiva letteratura del cosiddetto realismo socialista, ma noi che abbiamo contezza di un arco temporale ben più ampio vediamo che gli effetti del lavoro di Gogol’ sono ben più ampi. Non ci consideriamo però affatto irriverenti se, oltre ai Fitzgerald e numi tutelari vari, affianchiamo idealmente Akakievič e Gogol’ a Fantozzi e Villaggio. Non si inventa nulla, lo diciamo sempre, e tiriamo perciò in ballo che Frank Dickens e Bristow, in un fil rouge che unisce tutti gli ignavi planetari di tutti i tempi, coloro i quali sono capaci di morire perché gli è stato rubato il cappotto nuovo, tanto lor vita è tanto bassa, coloro i quali non lasciano alcun segno di sé nel mondo, ma quando se ne vanno è come se si fosse spenta una lampadina al tocco di un interruttore. Con Il cappotto, Gogol’ si pone come capostipite di generazioni di cantori della desolante mediocrità umana: ma mentre ad un Italo Svevo furono necessarie le centinaia di pagine del – meraviglioso – Zeno, a Gogol’ bastano poche righe della triste vita di Akakievič.

I racconti di Pietroburgo

Il cappotto, al di là di quanto sopra, alquanto palese, presenta possibilità di una lettura allegorica? In un’accezione piuttosto ampia, diciamo che il cappotto-oggetto, il capo di abbigliamento, e soprattutto il suo acquisto, sono una metafora non tanto della “scalata sociale” quanto del suo tentativo: mini-scalata, più tentativo minimale di un minimo riscatto individuale, di un quanto di autostima e considerazione di sé. Ma come per tutti i travet sopra citati, e tutti gli altri nei secoli dei secoli, l’osmosi tra classi è impossibile, e l’autostima (come si evince dal ritratto – grottesco, sempre grottesco – del personaggio importante) è un puro, illusorio gioco di specchi. Basta un minimo tentativo, e la scure di un destino implacabile si abbatte sui grigi ed i mediocri.  Per tacer del fatto che proprio il personaggio importante ci fa sovvenire il Principio di Peter sul livello di incompetenza: ma si tratta di una ciliegina, ennesimo dettaglio brillante in un racconto tanto denso di contenuti da lasciare allibiti una volta che, finita la lettura, soppesiamo il libello valutandone la brevità, la leggerezza ed il piacere intenso che emana.

Dal che, sì, certamente, Il cappotto di Nikolaj Vasil’evič Gogol’ è a tutti gli effetti un Grande Classico, con assoluta dignità di pubblicazione a sé stante, che peraltro ci consente di tenerlo in tasca come un vademecum: perché è meglio che lasciate perdere le saghe patinate in cima alla lista dei best seller.

Leggete romanzi di valore. E racconti che valgano una dozzina di cattivi romanzi, racconti con ben più di 50 sfumature.

Leggete Fitzgerald. Leggete Bukowski. Leggete Carver.

Soprattutto, leggete Gogol’ e Il cappotto.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura.

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