Una riflessione sulla letteratura: eredità dei padri o dominio dei figli?

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A che cosa serve la letteratura, o a chi? Questa è una domanda alla quale innumerevoli pensatori hanno provato a dare una risposta e sulla quale sono stati versati molti dei consueti fiumi d’inchiostro. In tempi di crisi economica, di decrescite (in)felici, di Stati che vengono valutati in termini di insolvenza piuttosto che di capacità di esprimere un carattere nazionale, sembra alquanto difficile anche solo tentare una risposta.

Monumento alla letteratura cilena, Santiago

Rintracciare le varie definizioni di letteratura è pressoché impossibile, tuttavia, se l’occhio della nostra riflessione si ferma solo alla realtà materiale della letteratura, perdiamo di vista importati aspetti di un fenomeno che è tutto meno che monodimensionale. Se infatti l’industria editoriale italiana ha seguito il trend globale di trasformare la letteratura in un business, non è altrettanto vero tutto ciò nelle mente di molti intellettuali e scrittori che riconoscono alla letteratura un potere immateriale, sovrannaturale, un soft power di cui sarebbe opportuno essere più consapevoli. Nel saggio Sulla Letteratura, il semiologo Umberto Eco riconosce all’opera letteraria una carica simbolica e una valenza fondamentale. Tra le varie funzioni elencate dal professore ve ne è una imprescindibile: «La letteratura, contribuendo a formare la lingua, crea identità e comunità». A partire, quindi, da una identità linguistica (dove identità è da intendersi nel senso più ampio del termine) egli illumina le infrastrutture di un patrimonio collettivo perfettamente in linea con le virtù parallele di nazione e narrazione affermate dal filosofo Homi Bhabha.

Nel nostro paese, purtroppo, come in quasi tutti, viviamo nel dominio incontrastato del pensiero neoliberale e della mentalità globalizzante, del profitto, del costo, della smania professionale, della rincorsa ai piaceri terreni, quando, invece, le più grandi soddisfazioni sono quelle dell’anima, materia da sempre trattata dalla letteratura.

Abbiamo un’urgenza di letteratura, mai come adesso… abbiamo bisogno del suo specchio indagatore dei tempi e delle sue armi capaci di scandagliare il reale.  Abbiamo necessità di reclamare un ruolo primario della letteratura e cioè quello di difesa e di attacco. La letteratura è l’arma identitaria per eccellenza, essa è dotata naturalmente di resistenza ad oltranza, essa permane nelle menti, essa fortifica e permea le nazioni, solo uno stato bieco negli occhi e nel cuore può considerare la letteratura come accessoria, ancillare e secondaria, scandalosamente derubricata a passione pomeridiana. La letteratura è palpito e vita, è amore e ossessione, è la capacità di tradurre un pensiero e di donarlo alle masse, è una arma di verità tanto quanto di menzogna se orchestrata malamente… è l’ultimo baluardo per contrastare l’oblio e la memoria corta, mali fin troppo diffusi ultimamente, e per far sussultare e riecheggiare la voce dei padri.

Llosa-Magris

Se non che, però, a proposito di questo, un articolo pubblicato su Il Manifesto fa riflettere: riguarda La letteratura dei figli, ovvero di quelle opere prodotte da una generazione contemporanea, nel caso dell’articolo in questione in Cile, dove «anche nel bisogno di trovare una strada senza seguire le orme altrui si intravede un distacco significativo e salutare non solo dai padri, ma anche dai fratelli maggiori». Questo è molto interessante se si considera che il patrimonio collettivo veicolato dalla palpitante letteratura sembra essere un qualcosa che fluisce secondo un ordine cronologico dal passato verso il presente giungendo alla nuova generazione in qualità di eredità. La letteratura dell’articolo racconta non di un lascito ma piuttosto di una rottura fra le generazioni così tragica che arriva ad ignorare totalmente la lezione paterna.

Dunque rottura e continuità, non esiste una reductio ad unum nel tentativo di definire la letteratura, se non forse il riconoscere che essa si pone come inevitabile e salvifico punto di sintesi tra il caos e il cosmo, nel mezzo di questa indissolubile mescolanza di ordine e disordine che è la vita. La nostra è un’epoca di false certezze e di false verità, di basse mediocrità dalle quali sembra difficile rialzarsi e di alti crimini contro tutto ciò che è umano.

In conclusione, mi affido alle parole ben più sagge delle mie di Claudio Magris e Mario Vargas Llosa che in un testo significativamente intitolato La letteratura è la mia vendetta scrivono a proposito di libri e cambiamento sociale:

Che cosa meravigliosa costruire una società libera, prospera, in cui si conviva nella diversità, una società che si lasci a poco a poco alle spalle gli orrori dell’ignoranza, della povertà, dello sfruttamento, dell’emarginazione. Che meraviglia costruire nella vita reale qualcosa di bello come un grande romanzo! È per questo che bisogna lottare, se vogliamo che le democrazie smettano di languire. Perché, se continuano su questa curva negativa, sappiamo già che cosa ci aspetta alla fine del percorso: una qualche forma di sistema dittatoriale in cui perderemo anche ciò che la mediocre democrazia per lo meno ci garantisce: la libertà.

Pertanto, viva la letteratura, delle madri e delle figlie, dei padri e dei figli perché, in ultima analisi, forse, è semplicemente questo: una grande forma di libertà.

Antonia Ruspolini per MIfacciodiCultura

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