Leaving Neverland: in onda l’accusa (inverosimile) a Michael Jackson

Il 19 e 20 marzo sul canale Nove il documentario di Dan Reed, una sentenza senza avvocati in difesa del Re del Pop

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Mesereau: «Signor Robson, Michael Jackson l’ha mai molestata in un qualsiasi momento?».

Robson: «Assolutamente no».

Mesereau: «Signor Robson, Michael Jackson l’ha mai toccata a fini sessuali?».

Robson: «No, mai».

Mesereau: «Signor Robson, il signor Jackson ha mai toccato in modo inopportuno, in qualsiasi momento, una qualunque parte del suo corpo?».

Robson: «No».

Era il 5 maggio 2005, Wade Robson aveva ventitrè anni quando testimoniò a favore del Re del Pop Michael Jackson, asserendo di non aver mai subito abusi da parte di quest’ultimo. Dodici anni prima, nel 1993 anche il quindicenne James Safechuck dichiarò lo stesso. Nei 233 minuti del documentario con regista Dan Reed, la solfa non viene modificata leggermente bensì appare completamente stravolta: Leaving Neverland ha la pretesa di definire Michael Jackson un orco, un pedofilo nei pensieri perversi e nelle azioni concrete. Per anni avrebbe perseguito violenze sessuali su numerosi bambini, due dei quali conosciuti casualmente, ossia Safechuck (s’incontrarono mentre girava uno spot per la Pepsi) e Robson (vincitore di un contest di ballo in Australia).

«Dopo aver assistito alla prima, è evidente che si tratti di un mockumentary (documentario di fantasia) invece di un documentario. Non riesco a credere a una sola parola delle due “vittime”. Cattiva recitazione. A volte, vergognosa. La regia e i testi sono addirittura peggio. 1/10». Questo è il commento a caldo di Marcos Cabotà, uno dei registi che il 25 gennaio ha assistito alla proiezione di Leaving Neverland al Sundance Film Festival di Park City.

In Italia, martedì 19 e mercoledì 20 marzo, il canale Nove trasmetterà in prima serata le quasi quattro ore (!) di documentario. In realtà, Leaving Neverland era già stato distribuito- oltre che coprodotto- dalla HBO, con 1.290.000 telespettatori, la quale è stata successivamente portata in causa dalla Michael Jackson Estate (vedi lettera a HBO qui), in quanto avrebbe violato le disposizioni non denigratorie sottoscritte nel 1992. Anche Channel 4 ha permesso che il documentario girasse in Inghilterra. Non tutti però sono disposti ad accettare un documentario che non presenta mezza prova se non le dichiarazioni orali di due testimoni.

Come tutti sappiamo, le scorse settimane sono state molto difficili sia per l’Estate che per la comunità di fan di Michael. Come abbiamo comunicato personalmente con molti di voi, sapete che c’è una quantità significativa di lavoro dietro le quinte che non è visibile al pubblico per affrontare le accuse spurie fatte in Leaving Neverland e proteggere l’eredità di Michael (The Estate of Michael Jackson)

Dopo questa dichiarazione, Estate ha previsto per i giorni in cui HBO lanciava Leaving Neverland, due controproposte: la prima il 3 marzo con il “Live at Wembley” (Bad World Tour, 16 Luglio 1988) e la seconda con il “Live in Bucharest”. Inoltre, anche la BBC ha preso posizione, mandando in onda il “Michael Jackson The Rise and Fall”. Infine, un’altra risposta è arrivata dal nipote di Jackson, Taj, il quale ha avviato una raccolta fondi per realizzare una pellicola in risposta al “documentario” di Reed. Ma che cosa proprio non convince di Leaving Neverland e dell’accusa a Jackson? Inanzitutto appare arduo accettare che un documentario, che dovrebbe apparire neutrale semplicemente presentando una restituzione acritica dei fatti, si schieri così apertamente affidandosi solo a due testimoni.

Come è risaputo, i media amplificano potentemente le morali affidandosi anche solo a un titolo, dunque nel 2019 con due soli resoconti è troppo facile affibbiare un’accusa totalmente avulsa dalla conferma di qualunque prova e farla circolare nel mondo. Sarebbe stato dunque eticamente corretto, da parte di Reed, intervistare anche le controparti della difesa, o quantomeno presentare degli elementi concreti a favore delle tesi di Robson e Safechuck. Manca infatti qualsiasi riscontro oggettivo che vada oltte le parole, e non c’è alcun chiarimento in merito alla motivazione che abbia condotto al ribaltamento della versione, che anni fa fu a favore dell’innocenza di Jackson e ora d’improvviso si è tramutata nel suo contrario. 

Scandagliando Leaving Neverland, inoltre, anche ai meno informati, appare evidente che sono presenti diverse inesattezze spazio temporali, con episodi inventati o appositamente modificati per presentare tendenziosamente Jackson in un certo modo. Ecco alcuni esempi che fanno dubitare della veridicità di Leaving Neverland:

  • La domanda fatta sull’aereo da Safechuck: «Qual è la cosa migliore di andare alle Hawaii?» a cui Michael avrebbe risposto «Stare con te». Fermo restando che nemmeno questa frase sarebbe lontanamente bastata a incriminare nessuno in un processo reale in tribunale, è interessante constatare come Reed abbia tagliato la parte finale della risposta di Jackson, che continuava così: «Stare con te e con la tua famiglia: non vedo l’ora di passare più tempo con loro».
  • Atro esempio alquanto bizzarro è il racconto di Safechuck in cui egli asserisce che Jackson gli praticò sesso orale mentre dormiva: come sia possibile che una persona si renda conto di questo la mattina seguente senza essersi svegliato prima è realmente curioso.
  • Inoltre, la madre del suddetto afferma che all’epoca nutriva dei dubbi su Jackson, il quale molto e forse troppo spesso chiudeva la porta a chiave dietro di sè: oltre al fatto che questo non significa nulla e certo non costituisce una prova tangibile, se davvero c’erano questi dubbi perchè continuare a portare Safechuck a Neverland?
  • Un’ulteriore inesattezza riguarda il secondo ragazzo, Robson, il quale affermò di essere stato a Neverland numerose volte, mentre all’epoca del processo giurò di esservisi recato 14, di cui solo 4 con Jackson presente.
  • Ultimo esempio qui, ma nei 233 minuti ce ne sono tanti altri, futile e inefficace frammento per incolpare Jackson sarebbe un anello che il cantante avrebbe donato a Safechuck, ma non esistono scontrini nè nulla che confermino che sia stato proprio il Re del Pop a fare realmente questo regalo.
They told him don’t you ever come around here Don’t want to see your face, you better disappear The fire’s in their eyes and their words are really clear So beat it, just beat it (Michael Jackson, Beat it)

Risulta quindi curioso constatare come, quando non è più presente un avvocato Meserau dall’altra parte a fare le domande ma solo una macchina da presa, i due si siano sentiti incredibilmente a proprio agio al punto di dichiarare, a distanze brevissime tra di loro, le medesime versioni, totalmente diverse da quelle del processo da cui Jackson fu assolto. Jermanine Jackson, fratello del cantante, osserva che Leaving Neverland è il passo successivo alla ricerca di una fama che non era mai arrivata: «Dopo essere stato escluso dallo spettacolo del Cirque du Soleil dedicato a MJ, Robson se n’è andato in giro a cercare un contratto di pubblicazione per il suo libro sui presunti abusi, che nessun editore ha mai neanche considerato. Ha citato in giudizio l’Estate di MJ per 1,5 miliardi di dollari, ma è stato sbattuto fuori dal tribunale».

Quello stesso tribunale che aveva ascoltato 200 testimoni, 30 bambini e che ritenne  Jackson innocente in 14 capi d’imputazione su 14; inoltre, nelle 333 pagine dell’FBI, nulla incrimina Jackson. A protestare dunque a favore dell’imputato obbligatoriamente silente e della sua memoria, davanti all’Egyptian Theatre di Park City, tantissime persone hanno manifestato con cartelli inneggianti Innocent.

La famiglia del cantante sostiene risponde a Leaving Neverland: «Michael non è qui per difendersi, altrimenti queste accuse non sarebbero state fatte. I creatori di questo film non erano interessati alla verità. Non hanno mai intervistato una sola anima che conoscesse Michael, tranne i due spergiuri e le loro famiglie. Questo non è giornalismo, e non è giusto, eppure i media continuano a diffondere queste storie».

La famiglia del cantante sostiene risponde a Leaving Neverland: «Michael non è qui per difendersi, altrimenti queste accuse non sarebbero state fatte. I creatori di questo film non erano interessati alla verità. Non hanno mai intervistato una sola anima che conoscesse Michael, tranne i due spergiuri e le loro famiglie. Questo non è giornalismo, e non è giusto, eppure i media continuano a diffondere queste storie». Secondo alcune indiscrezioni, anche la figlia di Michael Jackson non sarebbe rimasta indifferente a Leaving Neverland, arrivando a tentare il suicidio; Paris Jackson, però, nega tutto e addirittura si scaglia contro il giornale di gossip online TMZ che aveva avviato tale ipotesi, accusandolo con un tweet (Bugie, bugie, bugie e ancora bugie, fottuti bugiardi) di essere un fautore di invenzioni prive di fondamento. Menzogne, unicamente menzogne secondo la figlia di Debbie Rowe e del Re del Pop, la quale nega in toto di aver provato a togliersi la vita a causa della pellicola di Reed.

«È facile dire che era un’amicizia strana, ma non lo era affatto. Lui mi capiva e si identificava in me»

Queste sono le parole del padrino di Paris, ossia l’ex protagoniista di Mamma ho perso l’aereo Macaulay Culkin. Rimanendo sempre coerente con la versione iniziale, Culkin ribadisce la peculiarità del suo rapporto con Jackson, affermando che: «Mi contattò perché stavano succedendo cose più grandi di me e in maniera molto veloce. Nessun altro aveva idea di cosa stessi passando, lui invece c’era passato e voleva essere sicuro che non fossi solo ad affrontare tutto.
Credo che una delle ragioni che unirono me e Michael fu che io lo trattassi come una persona normale: questo rese la nostra amicizia semplice. Era ironico e dolce, le persone non hanno idea di quanto fosse divertente» (Macaulay Culkin, dichiarazione a seguito della proiezione Leaving Neverland). 

Probabilmente, dinanzi a questa vicenda il buon senso esigerebbe di toccare con mano prove concrete per scagionare Jackson del tutto o per dar credito alle parole di Leaving Neverland, peccato che il processo, quello vero in tribunale con tanto di imputati presenti, avvocati difensori da ambo le parti distribuiti equamente e con un giudice preparato in materia, sia già stato fatto.  La scabrosità di tutto questo sono però alcuni fatti: molte radio in tutto il mondo non trasmettono più canzoni di Jackson e perfino Starbucks non le farà più sentire, i Simpson non avranno la voce del Re del Pop nell’episodio Stark raving e diverse grandi marche (Louis Vuitton, ad esempio) non puomuoveranno più linee dedicate al cantante. Una tristezza e una vittoria dell’ignoranza sproloquiata da comparse ritardatarie, l’apoteosi del senso comune, del qualunquismo e della mancanza di sensibilità di chi, con la sua fortuna sfacciata, ha avuto l’opportunità di incontrare Michael Jackson e passare del tempo con lui.

 

Michael Jackson è nostro fratello e nostro figlio. Siamo furiosi per il fatto che i media, senza uno straccio di prova o un singolo pezzo di indizio materiale, abbiano scelto di credere alla parola di due bugiardi conclamati invece che a quella di centinaia di famiglie e amici in tutto il mondo che hanno trascorso del tempo con Michael, molti di loro a Neverland, e che hanno sperimentato la sua leggendaria gentilezza e generosità globale.
Siamo orgogliosi di ciò che Michael Jackson rappresenta (Famiglia Jackson)

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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