Vivere e morire da giornalista: in ricordo di Walter Tobagi

0 830

Il 18 marzo 1947 nasce a Spoleto Walter Tobagi: non fu solo un grande giornalista e scrittore, ma anche professore, insegnante e, come si definì lui stesso in una lettera alla moglie, «una persona intellettualmente onesta, libera e indipendente». Venne ucciso il 28 maggio del 1980 da un gruppo di terroristi di estrema sinistra appartenenti alla Brigata XXVIII Marzo, ennesima vittima di chi voleva eliminare le menti più lucide ed intellettualmente attrezzate a smontare il castello ideologico su cui si fondava la lotta armata.

Walter Tobagi

Per chiunque sogni di diventare un giornalista Walter Tobagi rimane un esempio, un mito: un uomo che dedicò la sua vita alla scoperta della verità, instancabilmente dedito a capire i perché di quella lacerazione sociale che aveva fatto sprofondare l’Italia nelle lotte sociali e negli anni di piombo. Perché era di questo che Walter scriveva, come giornalista di punta del Corriere della Sera, di terrorismo. Sempre in prima linea, seguì con imparzialità e attenzione i cosiddetti anni di piombo, dal caso Calabresi alla nascita delle BR, fino ad analizzare la lotta armata che mieteva vittime a Milano da parte di gruppi di estrema sinistra.

Fin dai tempi del liceo, dove era redattore del giornale della scuola, Tobagi dimostrò una naturale propensione e talento per il mestiere del giornalista, e infatti giovanissimo scrisse prima per Avanti! e poi per Avvenire. Preparatissimo, scriveva senza problemi di qualsiasi argomento, anche se andava delineandosi la sua area di interesse: i temi sociali, dalle lotte studentesche che alla fine degli anni Sessanta infiammavano Milano, alle rivendicazioni dei movimenti sindacali. Questa sua passione per i temi sociali non poté che esprimersi, poi, nella sua analisi del terrorismo rosso e nero, con particolare attenzione alla genesi di bande armate come le BR e Prima Linea e al pericolo che rappresentava la radicalizzazione della lotta sociale in ambienti come fabbriche e altri luoghi di lavoro.

Walter TobagiTanto è stato scritto e tanto è stato detto sugli anni di piombo e sul terrorismo in Italia, ma il denominatore comune di questo infinito fiume di parole è uno solo: la paura, la paura di chi per mestiere – giornalisti, magistrati, servitori dello Stato – e vocazione – sindacalisti, politici – si trovava a confrontarsi con la realtà della lotta armata. Solo l’anno precedente all’omicidio di Tobagi, nel 1979, si arrivò a 659 attentati; meno di tre mesi dopo, il 2 agosto 1980, la strage di Bologna mieteva 85 vittime.

Di paura parla anche Giampaolo Pansa, anche lui giornalista e grande amico di Walter Tobagi, nel suo nuovo romanzo autobiografico, in cui ricorda una conversazione con il giornalista proprio sulla paura di cadere vittima di agguati terroristici. Alla domanda «Hai paura?» Tobagi rispose:

Sì. Ma avere paura è inutile. Non serve a evitare il pericolo. E soprattutto non ti aiuta a sopravvivere.

Ma perché fu ucciso? Forse perché rappresentava un mix strano all’epoca, un giornalista – sindacalista (era il presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti) che si riconosceva nel binomio socialista cristiano. Oppure perché, anche se a 33 anni era all’inizio della sua carriera,  questa si prospettava lunga e proficua, data la sua integrità e la sua voglia di arrivare alla verità, senza venire trascinato da ideologie e interessi di parte. Ecco, forse il perché del suo assassinio deve essere cercato proprio nella sua curiosità, nella sua caparbia ricerca ed analisi di una verità per molti scomoda. Era un avversario difficile ed un testimone scomodo, perché con la sua pacatezza, il suo rigore, la sua analisi attenta e imparziale, aveva capito che il terrorismo non solo era il pericolo più grande della Repubblica, ma anche che questo poteva essere sconfitto: i terroristi, in un pensiero più attuale che mai, «non sono samurai invincibili».

Walter TobagiCosì, Walter Tobagi è morto assassinato una mattina piovosa a Milano, ucciso da esponenti della Milano borghese appartenenti alla Brigata XXVIII Marzo: gli autori materiali del delitto, Marco Barbone e Piero Morandini, per essersi pentiti furono condannati in teoria ad otto anni, ed in pratica a neanche un giorno, simboli di una giustizia che a volte fatica ad essere accettata e lascia l’amaro in bocca.

Forse ad alcuni sembrerà che parlare dell’omicidio di Walter Tobagi, trentotto anni dopo, sia mera retorica. Invece no, perché è giusto ricordare, sempre, che per la verità si muore, negli anni ’80 come oggi. Come riporta Reporter senza Frontiere è tristemente lunga la lista di giornalisti uccisi ancora nel 2016, 74. Giornalisti che hanno perso la vita perché cercavano di raccontare storie, facevano indagini, risalivano ai motivi di conflitti, controversie, scandali o atti terroristici, proprio come faceva Tobagi quasi quarant’anni fa.

«La sconfitta politica del terrorismo – scriveva Tobagi – passa attraverso scelte coraggiose», oggi come allora. Integrità, passione, dedizione, serietà: ecco, se volete diventare giornalisti, prendete esempio da Walter Tobagi.

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.