Una fitta “Foschia” avvolge affetti bruciati e morbosi, nel romanzo di Anna Luisa Pignatelli dal piglio di Grande Classico

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Sembra di sentire in sottofondo la bellissima Keep me in your heart for a while, di Warren Zevon, testamento spirituale e commiato ben più sobrio del “funerale in vita” del grande ma immodesto Robert Spritzel. Ma al di là dei pochi collegamenti automatici che vengono in mente a leggere l’incipit di Foschia, di Anna Luisa Pignatelli, le similitudini finiscono qui. Anche perché, nel romanzo dell’autrice edita da Fazi Editore il fatto che la protagonista esordisca annunciando la propria imminente ed inevitabile morte a seguito della recrudescenza di un cancro non è altro che l’escamotage, di sapore romantico, di romanzo d’altri tempi, che giustifica la scrittura. Perché Foschia è, da un punto di vista formale, un testamento-confessione-spiegazione.

In buona sostanza, la malattia della protagonista, Marta, attrice teatrale di origini toscane che vive negli USA, è quello che il ritrovamento di un manoscritto era per il romanzo ottocentesco, ossia la “giustificazione” della scrittura: macguffin passato di moda, verrebbe da dire, ma solo non tenendo conto della scrittura di Pignatelli. La quale, bisogna capire, si pone come una singolarità nel presenta panorama della letteratura italiana: depositaria di una scrittura “alta”, colta, del tutto in controtendenza rispetto all’immonda sciatteria che invade le librerie italiane, i riferimenti che ci sovvengono sono le sorelle Bronte, Jane Austen. Lessico variegato senza tema di apparire obsoleto (alle parole, alla terminologia, va dato il senso che gli compete), andamento classicheggiante, costruzione sintattica pertinente alla materia ed ai vari passaggi del libro: raffinata e destinata a rimanere quale esempio di stile.

Ovviamente, tanta perfezione formale non basterebbe a giustificare l’entusiasmo del lettore, né tantomeno quello del recensore. Il fatto è che Foschia è un romanzo di formazione, che si dipana in un arco temporale lontano dal presente del narratore, interno e onnisciente, che mette la precisione tecnico-narrativa al servizio di tematiche brucianti, attraverso una storia familiare dai tratti forti e perturbanti.

Come spesso accade quando ad essere protagonista è la famiglia, luogo di disgregazione della personalità in linea generale, ma tanto più quando assurge ad argomento letterario. La storia di Foschia, infatti, ritrae le dinamiche di una famiglia composta, oltre che da lei stessa, in un primo momento da un fratello fantasmatico, una madre fragilissima ed un padre dalla personalità dirompente, divorato dall’ambizione di emergere nel ristretto, elitario mondo della critica d’arte. In seconda battuta, alla morte della madre subentrerà la seconda moglie di Lapo, il padre di Marta, ed una sorella adottiva: ed i rapporti, già gravemente compromessi, finiranno per disintegrarsi definitivamente.

Dorian Gray, il narcisista patologico per antonomasia
Anna L. Pignatelli, l’autrice

Sulla trama, non è il caso di dilungarsi troppo, per non rivelare più di quanto lecito per un godimento totale del libro: quanto detto è sufficiente per evidenziare come le tematiche sottese si rivelino nella scrittura di Foschia a poco a poco, quasi come il sollevarsi di un sipario che lentamente lascia intravvedere la scenografica. E la reale natura dei personaggi, che coincidono con le tematiche più scottanti: Pignatelli infatti affronta qui il complesso problema della convivenza non già con una persona semplicemente ambiziosa, ma con un vero e proprio narcisista patologico che tende a fagocitare tutto e tutti in ossequio alla gratificazione e definizione del proprio Io.

Certe persone levano i sentimenti a chi gli sta intorno: così la madre di Marta, Teresa, finisce per trovarsi sempre più sotto scacco, in una metafora angosciante che finisce, naturalmente, con un “matto”. Ma la tossicità di questo tipo di rapporti non è il solo argomento scottante. Marta, infatti, subisce fortemente il fascino del padre, tanto fortemente da sfociare in una vera e propria attrazione sessuale, con forti tratti morbosi da ambo le parti e che rischia di sfociare in un vero e proprio incesto.

«Assistevo, rapita, allo sfoggio delle sue conoscenze… con la sensazione di essere venuta al mondo solo allo scopo di starlo a sentire». Pignatelli parte da qui a

Ghismonda col cuore di Guiscardo

delineare le spire di un rapporto morboso che ingigantisce fino a diventare laocoontico, col filo conduttore del fascino per l’arte, con una Sindrome di Stendhal che occhieggia per tutta la storia da innumerevoli pagine e con un catalizzatore d’eccezione, un quadro che è metafora (come pure la sua ricerca): Ghismonda col cuore di Guiscardo, di Bernardino Mei. È stupefacente come in Foschia l’autrice riesca a rendere vividamente l’arte visiva senza il supporto di immagini, ma d’altronde non lo è da meno il fatto di riuscire a trattare le tematiche sopra menzionate (cui andrebbe aggiunto quella del suicidio di un familiare, ed il senso di sollievo che si può provare in tanto tragiche circostanze) senza mai scadere nel morboso, gestendole, è il caso di dirlo, in punta di pennello.

Resta la foschia, quella del titolo: che è un fenomeno meteorologico contingente, ma soprattutto una metafora, che la stessa protagonista esplicita: una foschia esistenziale che l’avvolge per l’intera esistenza, anche se con motivazioni diverse rispetto al momento del rito di passaggio, la separazione, l’ingresso nell’età adulta. È solo in quel preciso momento, forse, che la foschia si alza per un attimo dalla vita di Marta: solo, però per farle vedere, metaforicamente parlando, un gigantesco quadro, un quadro infinito in cui non ci sono Psiche e Cupido, ma Crono che divora i suoi figli.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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