Faber immortale, e il tumulto del cielo ha sbagliato momento

Il 16 marzo il LET'S di Milano dedica una serata al cantante che, a vent'anni dalla scomparsa, è rimasto nel cuore di tanti

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Faber, così lo chiamava Paolo Villaggio, data la passione innata per il disegno. Non quello a computer, bensì l’arte genuina data dalla connessione concreta con una matita colorata, senza intermediari energetici troppo complessi. Era semplice, semplicemente un genio per gli spettatori di ieri e di oggi, con la potenza di un’acqua che non è di un colpo di pioggia (ma) un gran casino un gran casino. La sua vita, a leggerne la biografia, pare quella di un libro di Dumas versione moderna, con scorribande adolescenziali al sottofondo di jazz tipiche della Beat Generation, alla ricerca di compagni d’avventura anche macabri o lunatici ma mai noiosi, in un’esistenza dissestata e incostante come quella di qualunque artista maudit.

Lessi Croce, l’Estetica, dove dice che tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante (Faber)

Francesco Musante “Io, te, un brindisi, i nostri sogni e la notte piena di lune che ci suona la musica di De Andrè. E non è solo un sogno”

Tentativi di abuso da parte di un gesuita, anime ubriache alle prime ore dell’alba fino ad arrivare a una delle prime canzoni di successo: a ventiquattro anni, Faber pubblicò La canzone di Marinella, esprimendo lo sconcerto e l’attenzione violenta che un episodio di cronaca aveva destato in di lui. Una storia vera, già, talmente autenticante percepita come reale che si fatica a credere che Faber non l’abbia vista direttamente, Marinella. «La canzone di Marinella non è nata per caso, semplicemente perché volevo raccontare una favola d’amore. È tutto il contrario». Sedici anni aveva quella prostituta, Maria Boccuzzi la vera Marinella, quando venne uccisa e scaraventata in un fiume.

Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo, e mentre Rimmel di Francesco De Gregori sarebbe uscita qualche anno dopo, è curioso come le parole del cantante si adattino alla similitudine immaginata tra il fatto di cronaca di Marinella (1953) e l’incontro di pochi anni dopo di Faber con Anna, prostituta di Via Prè che diventerà la sua compagna. De Andrè scrisse proprio in questo periodo quella storia tormentata, con la meticolosità di un acuto jazzista che ha aguzzato gli occhi su un dettaglio per raccontarlo.

Quando in anticipo sul tuo stupore
verranno a chiederti del nostro amore,
a quella gente consumata nel farsi dar retta
un amore così lungo tu non darglielo in fretta (Verranno a chiederti del nostro amore, 1973)

Se alla memoria di tutti sovvengono spontaneamente i versi di Verranno a chiederti del nostro amore (1973), che Non sono riuscito a cambiarti
non mi hai cambiato, lo saiestranei non sono nemmeno quelli di Amore che vieni, amore che vai. Di senso opposto ma pur sempre connessi a una pulluzione d’estasi contraddittoria legata ai sentimenti, la canzone del 1966 tratta dell’energia e della caducità, dell’ambiguità di alcune genesi emozionali che rapiscono e poi lasciano indifferenti, lasciando l’animo a pensar così: «Venuto dal sole o da spiagge gelate, perduto in novembre o col vento d’estate, io t’ho amato sempre, non t’ho amato mai». Gli anni Sessanta segnarono l’apice del successo, sorridendo con aria beffarda a quegli insegnanti che non erano riusciti  ad apprezzare la non ordinarietà dell’artista, etichettando Faber alla stregua di una macchietta parzialmente intelligente o creativa ma dalle idee bizzarre e confuse. Faber, però, più che ricercare un ordine trovò il suo e lì impresse un marchio che nessuno studio preconfezionato e ripetuto a memoria avrebbe potuto eguagliare: era un poeta, e nei testi della cazoni lo si può trovare ogni qualvolta si voglia.

Andarsene sognando
E poi mille strade grigie come il fumo
In un mondo di luci sentirsi nessuno (Luigi Tenco, Ciao amore, ciao, 1967)

Luigi Tenco

Sono stati gli spettatori, di ieri e di oggi, a ricordare ogni singola parola, oltre che le rime nonchè le assonanze, e poi i ritmi e le soavi melodie melanconiche di paesaggi pennallati di viola. Tipicamente di Faber è anche il sofismo per nulla censurato diretto a quei Signori benpensanti in Preghiera in gennaio, ai quali è rivolto un’acerrima accusa di responsabilità per il suicidio di Luigi Tenco. Non è possibile e auspicabile che, nel mondo di oggi, ci si affidi a quell’odio e all’ignoranza, sentenziatori di inenarrabili giudizi privi di fondamenta, i quali però hanno un effetto concreto sulle persone perbene, che come l’amico Tenco preferirono la morte a questo mondo ignorante e di una superficialità incommentabile.

Alquanto innovativo e sfidante risultò anche la scelta di Faber di aderire al progetto di Roberto Dané (La buona novella, 1970), con la reinterpretazione dei Vangeli apocrifi, vista in chiave più umana e meno simboleggiante richiami divini, con la legittimaizone dei personaggi secondari.

Evaporato in una nuvola rossa
in una delle molte feritoie della notte
con un bisogno d’attenzione e d’amore
troppo, “Se mi vuoi bene piangi “
per essere corrisposti,
valeva la pena divertirvi le serate estive
con un semplicissimo “Mi ricordo” (Amico Fragile, Faber e Francesco De Greogori, 1975)

Farnanda Pivano e Faber

Pensieri del genere, anelanti alla giovinezza e guizzanti nel proprio tempo di adulto impegnato e luminare di qualsiasi idea, tra follie e progetti continui, non resero mai noiosa la vita di Faber. Tra riconoscimenti continui e collaborazioni, sia per le canzoni che per la scrittura, Faber venne consideraato da Fernanda Pivano come «il più grande poeta in assoluto degli ultimi cinquant’anni in Italia». E molto probabimente aveva ragione perchè oggi, trascorsi vent’anni dalla sua morte, la genialità poetica delle canzoni di Faber, che spaziano da La guerra di Piero a Bocca di rosa con una sensibilità egualmente degna di un poeta tragico-moderno, non è ancora tramontata ne mai accadrà. Alle volte si ha il sentore di udirlo in forma di un sussurro lontano cantare «La chiamavano bocca di rosa, metteva l’amore, metteva l’amore, la chiamavano bocca di rosa, metteva l’amore sopra ogni cosa».

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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