Jaume Plensa, l’architetto dell’arte empatica del silenzio

Da Nizza a Chicago, un viaggio nelle opere dello scultore spagnolo

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Jaume Plensa

Classe 1955, accento tipico di chi proviene dalla capitale della Cataluña, a osservarlo attentamente sembra una macchietta furba e pensierosa: vestito di nero, capelli corvini brizzolati più che ben amalgamati ai sessantatrè anni e due pupille aguzzate che colpiscono lo spazio, incantandolo. La sensazione che si avverte dinanzi a Jaume Plensa rasenta l’equilibrio di un silenzio siderale, una tela bianca o una statua di marmo liscia ancora da plasmare, pronti a un sovvertimento in cui ogni elemento naturalmente sussurratore o ritmo placidamente addormentato è pronto a riordinarsi armonicamente seguendo le congetture dell’architetto spagnolo.

Le strutture di Plensa, esposte per la prima volta nel 1980 alla Fundació Joan Miró di Barcellona, come specificato sulla sua pagina personale, hanno immediatamente suscitato interesse da parte degli osservatori più o meno professionalmente critici, conferendo all’architetto una precoce notorietà, come raramente accade agli artisti giovani. La maestosità delle opere di Plensa, commistionata al posizionamento delle costruzioni in ambienti pubblici in cui chiunque possa godere dello spettacolo, ha garantito un apprezzamento e una diffusione anche fuori Europa, raggiungendo Chicago con la bizzarra realizzazionde della Crown Fountain.

Plensa è stato inoltre insegnante presso l’École nationale supérieure des Beaux-Arts di Parigi e occasionalmente collabora con la School of the Art Institute of Chicago.

«Ha una brutta faccia» sentenziò.
«Indigestione» replicai.
«Di cosa?»
«Di realtà»

(Carlos Ruiz Zafon)

Plensa al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía.

Dall’Asia al Nord America, esibendosi in molteplici musei, da Nashville e Madison fino a Dallas, la peculiarità di Plensa è giunta in Giappone e Thailandia oltre anche in Canada, per poi fare ritorno in Spagna dopo numerose tappe in Europa (Germania, Francia, Inghilterra sono solo alcune). Oggi Plensa risiede nella Catalogna che gli ha dato le basi, ma non smette di essere attivo coi suoi lavoro, tanto che l’ultima mostra a lui dedicata è stata allestita a Madrid, presso il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía. L’esibizione Invisibles, curata da João Fernandes e in contemporanea a quella in corso al MACBA (Museo di Arte Contemporanea di Barcellona) che presentava tutte le opere maggiori dell’architetto, era interamente strutturata in opere in acciao. Dei volti dalle imponenti dimensioni erano i protagonisti della Sala dei Cristalli, e si appropriavano sinuosamente dello spazio. Come tipico delle strutture di Plensa, anche queste presentano fisionomie incompiute, maestose ma comunque imperfette nella completezza delle fattezze, silenziosamente in comunicazione di questo stato precario. 

Place Massèna a NIzza

Plensa, nel suo percorso ha sperimentato diversi materiali, dal vetro all’acciaio dalla ghisa alla resina fino all’acqua, con interessi rivolti alle particolarità del suono e delle dimensioni concrete dello spazio: ognuno di questi elementi è una determinante aggiuntiva all’imperfezione dello spazio, che nel suo non essere linearmente sempre adatto si configura copia fedele della realtà quotidiana. L’architetto contribuisce però con un tocco aggiuntivo: oltre all’ammissione dell’impossibilità umana di raggiungere una condizione stabile di serenità e di non caducità, emerge un nuovo elemento, ovvero la condivisibilità di tale consapevolezza.

 Non si è più gli unici detentori della solitudine precaria, perchè ognuno è partecipe della medesima similitudine finale: pertanto ci si ritrova uniti e ci si abbraccia sullo sfondo di un’incompletezza costante. Da spettatori di questo viaggio, ognuno esperisce la propria realtà e gli stati interni, osservando gli altri e inventando quelle che potrebbero essere le assonanze e le eterogeneità rispetto alla propria identità: ci si illumina di emozioni che cambiano tinte continuamente, in un rapporto intermittente e inevitabile di osservazione, pur restando obbligatoriamente entro la propria corporeità e nelle singole peculiarità. Questo è ciò che accade dal 2007 sui sette piedistalli in Place Massèna a Nizza, in quella Conversation notturna.

Il maggior ostacolo del vivere è l’attesa, che dipende dal domani ma spreca l’oggi (Seneca)

In Giappone, invece, quelle che paiono tante scritte di carta si avviluppano intrecciandosi tra loro formando un vero e proprio magistrale edificio chiamato Ogijima’s soul. Mentre con il suo bianco caratteristico El alma del Ebro è esposta a Saragozza con le sue gambe incrociate, pensierosa e genuinamente assorta in qualunque pensiero allo stesso tempo- a ognuno la libera interpretazione!- una sua simile (Le Nomade) osserva il mare ad Antibes interrogandosi sulla connessione Io-Universo. Tutte le opere di Plensa suggeriscono che nessuna risposta è mai quelle giusta, l’inconscio collettivo è presente in chiunque ma le reinterpretazioni sono sempre connesse al contesto, e l’universo altro non è che un’infinità di contesti differenti, con un numero di interpretazioni soggettive infinito.

Se nessuna soluzione esiste per tutti, chiudere gli occhi e contemplare anche solo una parte delle proprie idee senza giudicarle è più che legittimo, e la maieutica socratica sarà solamente il passo successivo: occorre prima isolarsi momentaneamente dal frastuono che Plensa ha studiato per conversare con il Sè, come fa nel suo bianco compatto dal 2009 Dream, face of a young girl a Saint Helens, Inghilterra.   E mentre dal Museo del Violino a Cremona L’anima della musica sostiene che quest’ultima possa essere invece uno spunto generatore di inuizioni, con le note che plasmano la corporeità e l’anima stessa fornendole una voce più o meno melodiosa e armonica dall’interno, occorre sempre ricordare che la transitorietà è certa ma si ha sempre comunque un’alleata che anche con le sue incertezze permette di affrontare al meglio il viaggio: l’Improvvisazione.

Non vi è nulla di più banale e tipicamente umano quanto questa compagna, che permette, col tempo, di affinare le proprie forme migliorandole, pur sempre rimanendo consapevoli di essere imperfetti generatori all’inteno di quella maglia d’acciaio che rappresenta la fragile connessione con il mondo. 

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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