Le ultime lune, Andrea Giordana strega il Teatro Carcano

Fino al 17 marzo, il Teatro Carcano di Milano ospita il dialogo di una mente anziana, una pièce avvincente nella sua fragilità

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Sono Andrea Giordana e Galatea Ranzi ad affrontare il tema dell’anzianità nella pièce Le ultime lune, in scena al Teatro Carcano di Milano fino al 17 marzo 2019. Emerge un’inevitabile commistione tra una visione realisticamente affannata e tendente alla rassegnazione e, dall’altra, emerge un’affettività impellente e straripante, con gli stati umorali che compiono un moto birichino facendo visita alle serenità passate per poi piombare nell’impotenza percepita del domani.

Ascolti musica e leggi. Ti basta? A me non basterebbe (Galatea Ranzi, moglie)

Nella foto dell’album ci siamo io e tua madre, e dietro una macchia scura. Si trattava di un piccione, adagiato in una pozzanghera. Chiedendosi perchè fosse finito lì, tua madre lo prese e disse “Che almeno muoia sull’erba”

Una piccola stanza, sbirciando da alcuni vetri impolverati, aguzzando gli occhi si scorgono due luci verdi e una bianca che potrebbe essere la luna di fuori che illumina i tetti bianchi di una città qualunque; in primo piano, una figura tipicamente brizzolata siede a un tavolino. È quasi notte e le luci artificiali vanno pian piano accendendosi nella dimora, e da queste nasce un dialogo, sincero e avulso da filtri di coscienza buonista o consolatoria. La conversazione dell’anziano de Le ultime lune avviene con la moglie, scomparsa ormai da anni, e con lei intesse un discorso sulla solitudine esistenziale tipica della terza età. 

Vladimir e Vera Nabokov, foto

Alcune citazioni rimandanti alla carta da parati rimandano implicitamente alle descrizioni minuziosamente stilistiche della mente in contemplazione di Nabokov in Parla, ricordo. Cosa siginifica realmente ritrovarsi in questa stanza, racchiusi entro le mura conosciute, con la presenza inevitabilmente asfissiante del dickensiano spettro del passato che si presenta quale consolatore effimero di lontane gaiezze e sorrisi di bambino, abile evocatore di gonnelle giovani e soli spumeggianti di mattine coi treni scoloriti e una ragazza da incontrare.

Poi, sempre in quella stanza, c’è un’altra figura odiosa e nemmeno troppo scaltra, che non esita a palesare la sua tetra presenza carnefice. Si tratta del silenzio tumultuoso avvinghiato alle ombre serali, il quale con complice Mahler in sottofondo, evoca un futuro scabroso, un domani che alimentato dai rimpianti ai quali sono state tarpate le ali unito e insieme dalle ansie del domani fanno capolino al soma, già stordito dall’età e dalle mancanze del presente. Non c’è via di fuga, solo tante idee confuse e tristi, addormentate nel passato e senza consolazioni per il futuro.

Come dicevano Sandra e Raimondo Vianello, «Non abbiamo mai smesso di ridere, è il segreto di stare bene insieme: noi ridevamo delle stesse cose».

Marcello Mastroianni 1995/96 (per la produzione del Teatro Stabile del Veneto e la regia di Giulio Bosetti)

Essere anziani significa una resa dei conti emotivo-affettiva, implica l’intergenerazionalità, ossia la trasmissione di un modus vivendi e delle simbologie che lo caratterizzano, a dei destinatari che tutto sono fuorchè estranei. Ciò non implica necessariamente che vi sia un relazionarsi di tipo generativo nel senso di positivo, perchè spesso proprio in questa fase vanno esacerbandosi alcuni pattern comportamentali che nel corso della vita si sono stabilizzati. I giochi di ruolo alle volte vengono rivisitati, spesso cambano oppure si consolidano in assetti granitici su roccaforti indistruttibili, non accettando che il tempo possa smuovere le basi costruite in passato.

Una volta si parlava bene e ci s’impappinava ogni tanto, mentre adesso invece ogni tanto si parla bene? (Andrea Giordana)

Tutto è rimescolato, ogni alibi è in discussione e qualsiasi posizione è sottoposta al vaglio critico dei cambiamenti temporali inevitabili. 

L’unica prospettiva certa e quanto mai dai contorni rarefatti è che un giorno lo spettacolo finirà, e la réclame della morte arriverà per davvero, e senza lasciare spazio a strascichi pensierosi sull’importanza della nostalgia di ieri o sull’approcciarsi del domani chiuderà gli occhi, per sempre. Come un bambino totalmente inerme nei confronti della vita che verrà, l’anziano vive una condizione di vate improvvisato, il quale si approssima sempre più al suo destino, coinvolto ma ignaro di tutto, in uno scenario di realismo drammatico con supposizioni infantili.

La condizione del poeta, che dà scandalo, non serve, dà fastidio: troppo ingenuo, fragile, vero. E soprattutto, come il vecchio, il poeta sa dire la verità. Il poeta attende paziente, seduto su una panchina sul ciglio del torrente del tempo e guarda… Il poeta, come il vecchio, possiede la mappa del labirinto, crea un modello infantile dell’universo. Il poeta canta con la sua voce sempre più flebile, ride tra i denti, ma mi accordo che piange. È solo un uomo, o forse un vecchio. Ma il suo pianto conduce al futuro (Daniele Salvo, regista di Le ultime lune)

Quello che emerge nitidiamente dallo spettacolo è evidente nelle considerazioni del regista Daniele Salvo quando parla di un pianto che conduce al futuro: qualunque cosa riservi quella certa porzione limitata di domani, i sentimenti, nella loro inifinitamente vasta gamma di gradazioni positive e negative, non smetteranno mai di battere in qualsiasi cuore o mente, fino all’ultimo respiro silenzioso e bianco.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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