Il pARTicolare. David LaChapelle e Sandro Botticelli

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Il pARTicolare. David LaChapelle e Sandro Botticelli

Omnia vincit amor et nos cedamus.

Publio Virgilio Marone (Bucoliche – X, 69)

David LaChapelle è un geniale e visionario fotografo contemporaneo.

Fotografo di moda, LaChapelle decide nella sua carriera di creare immagini che siano vere e proprie opere d’arte. Creazioni che riprendano capolavori d’arte accademica, soprattutto rinascimentale. I suoi scatti dal titolo Dopo Il Diluvio, ad esempio, ricreano le atmosfere della volta della Cappella Sistina di Michelangelo Buonarroti.

Il tutto, nel glamour e nel colore acceso contemporaneo.

David LaChapelle è uno di quegli artisti che divide totalmente la coscienza e lo sguardo dello spettatore. O lo ami, o lo odi. Le sue opere rasentano il kitsch, con i colori sgargianti, e le sue riprese iconografiche diventano quasi blasfeme della santità artistica di ogni tempo. La sua Pietà racconta un amore contemporaneo e distruttivo come quello di Curtney Cox e Kurt Cobain, i suoi naufragi raccontano la deriva del glamour e della superficie patinata contemporanea. Uno sguardo infuocato e senza pietà sulla società che lui per primo ha sempre ritratto: quella della moda e della celebrità. I suoi video viaggiano tra i più forti estremi. In Do it well (2007) di Jennifer Lopez, colori e mix sessuali sono protagonisti della rivincita fisica di una donna, e in Take me to Church (2015), il corpo e il bianco diventano immagini essenziali e povere su cui far danzare la musica potente e commovente di Hozier (vedi immagine di copertina).

A David LaChapelle interessa il corpo. Non a caso il suo artista di riferimento rimane sempre Michelangelo Buonarroti. Il corpo nella sua nudità, nella povertà emotiva, nella crudezza. Il corpo nudo come le anime nude, dove la vergogna esiste e si percepisce. Dove la disperazione umana del mondo ricco e fatiscente della moda esplode nel colore zaffiro.

C’è un’opera pARTicolare, però, che si dimentica dello star system. Ritrae sempre la realtà con colori sgargianti, che questa volta non devono distogliere il nostro sguardo dalla verità raccontata.

S. Botticelli, Venere e Marte, 1482-83 ca., Londra National Gallery
S. Botticelli, Venere e Marte, 1482-83 ca. , Londra National Gallery

L’opera in questione è The Rape of Africa (2009), opera che riprende il dipinto di Sandro Botticelli Venere e Marte (1482-83 ca.). Il dipinto dell’artista rinascimentale descrive un attimo umano e profondo: Marte, dopo un rapporto di amore con Venere, cade disteso e addormentato, in un sonno intenso. Venere, a sinistra, ha lo sguardo triste, cosciente, pensieroso. Intorno, i satiri giocano con elmi e armi da guerra, uno di loro tenta di svegliare il sonno profondo di Marte cantando in una conchiglia.  Sul fondo, una natura delicata e incontaminata.

Gli occhi di Venere, tutto dicono, e tutto nascondono. Osserva il suo amato, e pensa. Il suo amato, per la prima volta, un volto maschile in estasi. Quella estasi femminile che tanto diventerà famosa nella pittura e nella scultura dell’epoca Barocca, qui fa una sua prima apparizione, ma nelle labbra e nel respiro di un uomo. Non di una donna.

David LaChapelle, The Rape of Africa, 2009
David LaChapelle, The Rape of Africa, 2009

David Lachapelle riprende quest’opera. E ciò che forse non comprendiamo del capolavoro rinascimentale, qui diventa urlo di dolore e pietà. Marte, bianco. Venere, è Naomi Campbell, la Venere Nera, come viene chiamata, della moda contemporanea. Intorno, bambini sempre di colore giocano con gli attrezzi da guerra. Ma qui, c’è un atmosfera molto più cupa e reale.

Eccolo il pARTicolare che, come spesso capita, si trova sullo sfondo: una tappezzeria di pubblicità di pop art, distrutta probabilmente da una bomba, fa intravvedere una natura, in secondo piano, non serena, idilliaca e incontaminata come nell’opera del Botticelli. È un paesaggio desertico, distrutto, morto, estirpato da quella ruspa in evidenza.

La guerra è già avvenuta. La guerra continua ad avvenire. Il rapporto d’amore tra la Venere Nera e Marte Bianco, il dio della guerra, è solo una pausa di piacere nella storia di uno sfruttamento e di un dolore in una terra che ha subito e subirà la violenza umana. I bambini sopravvissuti giocano, incoscienti. Uno di loro, in primo piano, tiene in mano un mitra, seduto su una miniera di oggetti dorati, tra cui un crocifisso.  Lei, Venere, bellissima, pelle d’ebano, non guarda il suo amato. Guarda il futuro. Cosciente e potente nella sua bellezza. Potente nella sua coscienza di verità.

Altre parole, qui, non servono.

David LaChapelle, tra i colori sgargianti, tutto ha detto. Tutto ha fatto intendere.

Federica Maria Marrella per MIfacciodiCultura

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