I grandi saggi – Stranieri alle porte, xenofobia, potere e follia nel saggio di Zygmunt Bauman

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Cave, cave, Hunni adveniunt: il latinorum, più o meno esatto, serve ad introdurre il ragionamento sul fatto che non solo gli spostamenti di popoli non sono certo una novità dell’età contemporanea, ma che coeve di essi è pure il timore. Se non più antico ancora: che cosa rende, dunque, il nostro momento storico così particolare rispetto ai fenomeni migratori del passato, anche remoto? Un dettaglio, ma sostanziale: anche nel passato storico infatti vi sono state carriere politiche che si sono avvantaggiate del timore della diversità e delle invasioni, vedi Ceterum censeo Carthago delenda est. Ma mai, prima d’ora intere classi politiche, di ogni schieramento possibile, avevano edificato su tali fondamenta, sempre più inconsistenti peraltro rispetto alle invasioni barbariche, l’intero peso della loro essenza politica: almeno, questo è quanto emerge dalla lettura dell’illuminante e chiarissimo Stranieri alle porte di Zygmunt Bauman.

Gli Unni, come vengono percepiti oggi i fenomeni migratori

La sfida del terzo millennio è coabitare, scrive Donatella Di Cesare in una prefazione al volume. I primi due capitoli di Stranieri alle porte, invece, si intitolano rispettivamente Panico da migrazione, usi e abusi e Insicurezza alla deriva in cerca di appigli, e mostrano come grazie soprattutto ai media, (che hanno enormi responsabilità politiche e sociali e che hanno indotto nella popolazione del terziario avanzato quella che in sociologia si chiama stanchezza della compassione) il legittimo e naturale fenomeno delle migrazioni, anche economiche, venga percepito  dalle masse come un’invasione. Il tutto, naturalmente, per fini politici e di controllo, in un momento socioeconomico globale in cui la politica non è più in grado di dare risposte di alcun tipo alle istanze con cui viene stimolata.

Tra false flag e politica della paura, si dipana il pensiero di Bauman, che ha il merito di un’estrema limpidezza di pensiero e di espressione, fino ad una brutalità necessaria: parla di «un’orgia di violenza spalleggiata e fomentata da un mercato globale delle armi privo di qualsiasi controllo e alimentata da un’industria bellica assetata di profitti, con il sostegno di governi disposti a tutto per aumentare il PIL»; definisce il sistema economico globale «la moderna industria produttrice di uomini in esubero e vite di scarto»: impossibile nascondersi dietro i distinguo, una volta letto Bauman e Stranieri alle porte.

«Per quanto ci affanneremo ad allontanare la sdraio dalla riva e a inveire contro le onde, la marea non ci ascolterà e le acque non si ritireranno». Bauman cita Robert Winder, in una metafora che ha soprattutto il pregio di mostrare l’assoluta insensatezza e la stupidità di chi pensa di bloccare il fenomeno migratorio, soprattutto con la violenza: sovviene la guerra di Caligola al mare, ma il limite del pensiero di Winder è proprio quello di limitarsi a mostrare la stupidità, che è propria delle masse aizzate e urlanti quanto gli spettatori dei giochi al Colosseo (e con la stessa etica). Quello che mostra Bauman, ampliando l’orizzonte di pensiero, è il totale cinismo della politica e nella fattispecie dei politici che vivono di consenso sulla messa in sicurezza o “securtizzazione”: generatori di paure e venditori di sicurezza fittizia, questo sono i politici attuali e che un tempo dovevano essere, tendenzialmente, per guidare un popolo, degli statisti.

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Ovviamente, come scrive David Lyon, la richiesta di sicurezza collettiva sfocia in una proporzionalmente iperbolica perdita di libertà individuale. Per generare tale richiesta, bisogna mostrare quanto più possibile il pericolo che gli Stranieri alle porte siano all’origine della perdita di alcune preziosissime ed irrinunciabili certezze della nostra esistenza. Eppure, è un fatto che «Siamo alle prime fasi di uno squilibrio di proporzioni epiche», come dice Paul Collier citato da Bauman. Dalla lettura di Stranieri alle porte ricaviamo soprattutto la sensazione di esserci avvitati in una spirale negativa, in un circolo vizioso che ha un’esemplificazione perfettamente pertinente che possiamo mutuare dalla psicologia comportamentale.

Paura reale e indotta, strumentalizzazione e manipolazione delle masse (leggere Gustave Le Bon), vocazioni autoritarie e “uomini forti”: tutto questo ed altro ancora fa sì che ci troviamo in uno stato di profezia autoavverante, comportamento tipico del narcisista patologico e di altre sociopatie assortite. Perché è certo, al netto dell’estemporaneo tornaconto individuale (quale che esso sia), che attualmente nei posti di potere sia nella quasi totalità dei casi gravemente psicopatico e sociopatico (come d’altronde avviene da tempo nei grandi centri di potere economico).

Il fatto che Stranieri alle porte ci faccia vedere quanto stolte sono le istanze xenofobe di chi detiene il potere non è consolatorio: leggiamo il volume ascoltando Talking about a revolution di Tracy Chapman e non possiamo fare a meno di pensare che Bauman, Winder e Collier abbiano perfettamente ragione, e che tutto il sistema, a furia di accumulare elementi di instabilità, sia destinato ad un crollo verticale, subitaneo e rapido una volta superata una certa soglia.

Certo, la politica globale e l’economia globalizzata sono completamente folli. Ma lo siamo forse da meno noi, disposti a qualunque abiezione pur di difendere il nostro stile di vita? «Peccato però che lei non vivrà! Sempre che questo sia vivere».

It’s too bad she won’t live. But then again, who does?

 

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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