Alessandro Manzoni, da riscoprire per capire il senso della Storia

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La storia siamo noi, nessuno si senta offeso / siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo / la storia siamo noi, attenzione / nessuno si senta escluso.

La Storia, F. De Gregori

Alessandro Manzoni

L’idea è, ovviamente, del tutto arbitraria ed indimostrabile, ma nulla ci vieta i voli pindarici: rendiamo quindi pubblica una convinzione personale, e partiamo dall’assunto che un Alessandro Manzoni (Milano, 7 marzo 1785 – Milano, 22 maggio 1873) vivente apprezzerebbe una delle più belle canzoni politiche italiane di tutti i tempi, appunto La Storia di Francesco De Gregori. La riflessione ci nasce da un motivo contingente, ossia che oggi cade il 232esimo genetliaco dell’autore milanese, che possiamo definire tranquillamente un uomo che non ha bisogno di presentazioni: semmai, appunto, di qualche riflessione spuria e peregrina, alla ricerca forse vana di qualcosa che non sia ancora stato, detto, scritto, pensato sul padre del romanzo moderno italiano.

Le citazioni, le note biografiche, i collegamenti, le ispirazioni, gli epigoni; il Cinque Maggio, Il Conte di Carmagnola, Aldechi, Marzo 1821, gli Inni Sacri e le Odi Civili; Fermo e Lucia e I Promessi Sposi; le Cinque Giornate di Milano; la Storia della colonna infame; l’unità della lingua e l’intento di diffonderla (ormai in larga parte fallito, dobbiamo dire): tutto questo si stende sulla tela delle vita manzoniana come gocce sulla tela di un Pollock, su cui ovviamente dovremmo innestare gli inizi neoclassici e gli influssi romantici, le idee illuministe, l’impegno politico concreto essendo stato senatore del Regno d’Italia, i numerosi lutti familiari, l’agorafobia e le nevrosi (potremmo dire che Manzoni soffrì di forme depressive ante litteram? Riteniamo di potere), la conversione al cattolicesimo.

E altro ancora, se non altro perché abbiamo trascurato sin qui di nominare Alfieri, Parini, i Beccaria e Vincenzo Monti.

In buona sostanza, possiamo senz’altro dire che quella del creatore del romanzo moderno fu, ironia della sorte o segno del destino, una vita da romanzo fin dal concepimento, ché pare che il padre naturale di don Alessandro, anziché quel Pietro che gli diede il cognome, fosse tal Giovanni Verri, fratello minore di Alessandro e Pietro Verri. È chiaro però che se dovessimo, e in un certo senso dobbiamo, scegliere una cifra stilistica per la vita e l’opera di Alessandro Manzoni, essa è il senso della Storia, perché è ciò che lo ha fatto pervenire fino a noi con una vividezza del tutto intatta.

Naturalmente, è anche il segno distintivo che lo rende del tutto alieno alla nostra epoca, soprattutto in quel Bel Paese dove magari suona ancora il sì, ma del quel tutta una serie di personaggi tenta pervicacemente di spezzare l’unità, di mortificare la cultura, di cancellare la Storia, persino dai programmi scolastici: perché se è vero che la Storia è una maestra che non ha allievi, per molti obiettivi “politici” attuali è meglio toglierla proprio dai programmi onde evitare che qualche allievo, inopinatamente, salti fuori.

Con I Promessi Sposi, Manzoni nel 1840 (teniamo per buona l’ultima edizione) si pone dunque come creatore del romanzo, e sentitamente del romanzo storico, capofila di scrittori e opere del livello di Stendhal e Tolstoj, della Certosa di Parma e Guerra e Pace: genere che si è pressoché estinto, assieme all’incapacità per il lettore medio-cre di reggere la complessità della trama, di apprezzare l’afflato politico e di cogliere le connessioni, cosa pressoché impossibile per un analfabeta funzionale: meriterebbe ad esempio più di una riflessione il ruolo diverso della figura di Napoleone nell’opera manzoniana ed in quella stendhaliana, ovvero dell’ingerenza della Storia nelle vicende individuali dei personaggi, dato che vi è un aplomb ben diverso tra le coppie Renzo-Lucia e Fabrizio-Clelia rispetto a come i macro-avvenimenti inferiscono e infieriscono sui loro progetti personali. Come pure vi sarebbe molto da riflettere sul tema delle masse-folla: se è ben vero che Napoleone “vedeva solo le masse”, è altresì vero che in Manzoni la folla è un problema assai serio ed affrontato con largo anticipo rispetto ai pensatori di inizio ‘900 circa la psicologia di massa. Questo è anche un punto dove la modernità di Manzoni subisce una battuta di arresto, ma d’altra parte non gli sarebbe stato possibile prevedere la regressione della visione storica dei nostri “statisti” per i quali la massa, in un’ottica assai più commerciale che politica, è soltanto uno sterminato mercato di consumatori da depredare.

Giuseppe Molteni, Alessandro Manzoni (1835)

Dal che, dovremmo e potremmo affrontare Alessandro Manzoni dal punto di vista dello stato dell’arte della borghesia come classe sociale e come sistema di pensiero (che, ricordiamo, nella visione manzoniana è la colonna vertebrale della società, mentre per Stendhal nasce già morta), anche qui, attraverso il filtro del senso della Storia: perché è pur vero che Manzoni è il padre del romanzo, ma è anche vero che il figlio si è di molto distaccato dalle intenzioni e ambizioni paterne, se non altro perché, appunto, la perdita del senso della storia (quantomeno dopo l’esistenzialismo) ha irrevocabilmente modificato l’inclinazione, il punto di vista. E altrettanto ha fatto, in un certo senso, la Storia stessa: dando ragione a quanto diceva un altro pensatore fondamentale coevo, Karl Marx, per il quale la Storia si presenta due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa. Difficilmente Marx pensava specificatamente all’Italia nell’elaborare questo enunciato, ma a noi s’attaglia in maniera inquietante.

La farsa può però, inopinatamente, trasformarsi nuovamente in tragedia, come ci dovrebbero insegnare le derive naziste e dittatoriali alle quali stiamo assistendo: per arginarle, Manzoni è uno degli autori che dovremmo mettere in conto di continuare a leggere. Se non altro, per far sì che le prossime teorie sulla psicologia delle masse che vedremo applicate non siano, una volta ancora, quelle di un nuovo Goebbels.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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