#1B1W – “Cent’anni di solitudine”, oltre il mito di Gabriel García Márquez

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#1B1W – Cent’anni di solitudine, oltre il mito di Gabriel García Márquez

Gabriel García Márquez è uno dei migliori scrittori che il Novecento ci abbia regalato e il più letto tra gli autori sudamericani. Tra i suoi titoli più famosi possiamo annoverare L’amore ai tempi del colera (1985) e Cent’anni di Solitudine (1967). Quest’ultimo ha permesso a García Márquez di vincere il Nobel per la letteratura ed è considerato il secondo libro più importante mai scritto in lingua spagnola dopo il Don Chisciotte di Cervantes.

Cent'anni di solitudine, oltre il mito di Gabriel García Márquez
Gabriel Garcìa Màrquez

Il romanzo parla della storia della famiglia colombiana Buendìa: la discendenza viene raccontata di generazione in generazione, dal suo inizio fino all’ultimo erede. La narrazione prende il via da Josè Arcadio, capostipite della dinastia, che decide di partire con la sua famiglia e alcuni seguaci per raggiungere l’Oceano Atlantico, attraversando le terre selvagge. Arcadio scappa dalla sua cittadina per un omicidio di cui si è macchiato, ma soprattutto per placare la coscienza della moglie Ursula e le superstizioni di lei. Il gruppo però deciderà di fermarsi in riva ad un fiume, fondando lì Macondo, paese che sorgerà sulla terra fertile tra mandorli e terra rossa, nella Colombia Caraibica.

Dalla fondazione dell’etereo villaggio, quasi sospeso nel tempo e nello spazio, si susseguiranno svariati avvenimenti che vedranno protagonista la famiglia Buendìa, tra guerre, zingari, veggenti e compagnie bananiere. Alcuni compiranno fatti straordinari, altri vivranno la loro vita nella più totale normalità, là nella grande casa padronale, ma ognuno sarà protagonista di questa immensa storia.
La parabola discendente della grande famiglia è poi affiancata dal destino inevitabile della nascita di un figlio con la coda di porco.

Cent’anni di solitudine è il più grande esempio al mondo di realismo magico, ovvero dove la realtà si fonde con la favola e la magia è un fatto comune. Nello scorrere le pagine vedremo passare fantasmi e spiriti, suggestioni trattate al pari di fatti reali. La magia è compensata da una storia iperrealistica, cruda a tratti, ricca di dettagli che riescono a renderla quasi più reale della realtà stessa. Il risultato è una narrazione spettacolare, una commistione tra incanto e dura concretezza.

Nel libro è forte la percezione di un destino terribile e già segnato. García Márquez ci dà l’idea che ogni uomo deve vivere e patire da solo, restando nella solitudine e nell’incomprensione e questo spesso sfocia nella totale incapacità di amare e aiutare il prossimo, destinando i vari protagonisti a un «universo di solitudini incrociate». Una desolazione che però sembra componente indispensabile e necessaria della vita stessa.

Le vicende dei Buendìa racchiudono anche un senso di ciclcità intrinseco, come se la storia si ripetesse sempre nello stesso modo, un susseguirsi di avvenimenti che sono destinati a svolgersi sempre uguali, all’infinito.
In questo messaggio che l’autore manda ai suoi lettori, è facile intravedere una metafora dell’intera storia dell’umanità. Questa si svolge in maniera ripetitiva fin dalle sue origini, dove «molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito», per essere sempre uguale a sé stessa e ricominciare ancora e ancora.

Cent’anni di solitudine ha sicuramente cambiato il mondo della letteratura e in particolar modo della letteratura sudamericana, influenzando gli scrittori venuti dopo questo libro. Il caso più significativo è quello del La Casa degli Spiriti di Isabel Allende, dove possiamo vedere un forte ascendente di García Márquez nelle opere della più giovane collega cilena. I romanzi parlano entrambi di due grandi famiglie sudamericane e delle loro sventure, ed è innegabile pensare che la Allende abbia preso ispirazione dal premio nobel per scrivere uno dei suoi migliori lavori. Due saghe di clan importanti entrambe caratterizzate dal realismo magico, entrambe che ripropongono un mondo incantato in contrasto con la dura realtà circostante.

Large flowering Sensitive Plant R. J. Thorton Copertina dell’edizione storica di cent’anni di solitudine, Collana Classici Moderni Oscar Mondador,i 1988

«Si tratta di un libro originale, al di sopra di ogni scuola, di ogni stile e privo di antenati» dice Luis Borges del romanzo di Gabo. Tuttavia, come è riconoscibile l’impronta di García Márquez negli autori che lo hanno seguito, nell’opera del colombiano è evidente l’influenza di altri colleghi suoi predecessori. Lui stesso ha confessato di ispirarsi a Faulkner, prendendo come esempio il microcosmo di Yoknapatawpha. Si possono notare inoltre delle similitudini con lo stile letterario di Kafka e Hemingway, scrittori della “freddezza”, e l’autore, come loro, fa sua la mancanza di emotività nella narrazione, prosciugandola da ogni tipo di sentimento.

García Márquez in Cent’anni di solitudine ha una scrittura impeccabile: usa le parole a suo piacimento, caratterizzandole con un tono epico e un ritmo lento, rendendo la storia al limite tra mito e favola, dove un narratore onnisciente, a tratti, anticipa alcune parti del racconto.
Il romanzo è di difficile lettura in alcuni punti, a causa dell’omonimia dei personaggi principali. I nomi dei capostipiti, infatti, si ripetono ossessivamente, creando nel lettore un po’ di confusione.

Cent’anni di solitudine è sicuramente uno dei più grandi capolavori letterari che il secolo scorso ci ha lasciato in eredità. Un romanzo profondo e crudo, pieno di racconti, difficile da non amare per la grandezza della sua storia.
Da leggere per attraversare lo spazio e il tempo e viaggiare fino a Macondo, dove vivere insieme ai protagonisti le pene e le superstizioni di una grande famiglia, e i suoi cent’anni di solitudine.

Giorgia Chiaro per MIfacciodiCultura

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