Pier Paolo Spinazzè, il writer veneto che combatte la violenza

Street Art contro la violenza

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Si chiama Pier Paolo Spinazzè, ha trentasei anni e, come afferma nel suo blog personale, per descrivere la sua missione ama citare il maestro fantascientifico Brian Aldiss:

Whatever creativity is, it is in part a solution to a problem

Da queste parole, emerge il concetto che l’arte possa non essere veicolata unicamente alla bellezza dell’opera in sè, bensì sia un valido baluardo portatore di un messaggio; nello specifico, nel caso di Spinazzè, ciò che si vuole manifestare è una lotta aperta contro la violenza in ogni sua forma. Oggi più che mai è veramente troppo semplice riversare il proprio disappunto senza essere puniti, basta aprire un social network e leggere quanto siano comuni gli attacchi verbali, rivolti perlopiù a sconosciuti, senza alcuna ripercussione. Non si tratta di legittimità o meno della propria posizione, bensì della maniera in cui la propria opinione viene rivelata: che sia su Facebook, Instagram o sui muri delle città non cambia, ormai ci si sente legittimati a sproloquiare il proprio odio pensando di essere esenti da conseguenze.

Spinazzè ha ideato una modalità estremamente intelliigente per arenare questo fenomeno di manifestazione aggressiva dilagante: censurare, sostituendo. Nello specifico, con l’ausilio della tecnica del walldesign (ossia comunicaizone murale che si fonde con l’ambiente), il writer ridisegna sopra alle forme d’odio, tramutandole in qualcosa d’altro, di diverso dal messaggio negativo originale. Così facendo, delle rigide svastiche nere possono facilmente tramutarsi in un avvolgente muffin dalle tinte violette, e delle frasi offensive diventare le linee di un aereo protagoniste di un cielo colorato. L’originalità dell’artista veneto che in arte è chiamato Cibo, risiede nell’inventare la bellezza laddove la violenza l’ha momentaneamente cancellata, dimostrando che ci vuole davvero poco, se si vuole, bastano la percezione dell’aggressività in atto e la scelta di un pennello e alcuni colori, per protestare contro messaggi privi di qualsiasi senso civico.

Io lo sento come un mio dovere civico, io devo avere cura della mia città e mi sento anche in diritto, facendo arte pubblica, di cancellare gli insulti e il degrado (Pier Paolo Spinazzè)

Il Veneto si è accorto dell’importanza simbolica di un’idea così originale, e l’ha premiata: a Zevio, infatti, con la presenza del vice presidente e del presidente della città, è stato realizzato il murales più grande della regione, interamente a cura di Spinazzè. Il lavoro è stato commissionato dall’associaizone ortofrutticola Apo Scaligera, che tramite la raffigurazione di uno scenario colorato e dalle tinte salutarmente brillanti, con personaggi quali api e soli che scorrazzano sopra un prato verde in cui si sta consumando un pic nic, a base di una varietà di formaggi, bevande e tanta frutta si è fatto portavoce primo di un messaggio altamente significato. Dalla shakespeariana Verona alla grande Parigi, il successo di Spinazzè non esita a fermarsi, trovando libertà d’espressione nelle città in cui la censura della violenza esplicita viene intesa come la norma.

Ciò che risulta degno d’interesse, o quanto meno richiede un ragionamento critico, è la constatazione di quanto, col passare degli anni, ci si senta legittimati ad esprimere il proprio disappunto senza timore delle conseguenze concrete e psicologiche che le proprie parole comportano. Quando si è bambini, ciò che permea l’esistenza sono i colori, i giocattoli negli asili sono tutti tinteggiati di rosso o giallo e il prato verde con la casa sulla destra e l’albero illuminato dal sole con la tipica nuvoletta accanto sono habituè: ma cosa succede dopo? Oltre al cambiamento dei colori, nei primi anni di vita, ma comunque fino al periodo dell’adolescenza, si è soggetti a critiche e giudizi sanzionatori da parte degli adulti o dei maggiori tutori d’interesse, eppure questo non basta, com’è evidente, ad arginare la violenza e i comportamenti illeciti che riversano impulsi violenti in ogni dove.

L’unico dato certo è la necessità è la necessità di domandarsi, al giorno d’oggi, quali siano le cause realmente responsabili di quel cambiamento repentino che autorizza il Sè adulto ad esprimere la propria volgarità con tanta facilità, vomitandola su un muro poi eventualmente migliorato da Spinazzè, oppure in un social network, o magari anche a voce dal vivo, ma chissà come mai quest’ultima modalità d’espressione risulta meno diffusa e comune rispetto alle altre.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

 

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