In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo, un romanzo della solitudine ghiacciata

0 305

In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo un lupo solitario attraversò poco dopo il sorgere del sole il fiume ghiacciato che separa la Germania dalla Polonia.

Inizia così, con un afflato epico ed alcune potentissime immagini visive, il primo romanzo di Roland Schimmelpfennig, che come titolo riporta l’incipit stesso del paragrafo, ossia In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo.

Spendiamo spesso il termine macguffin riferito alla letteratura, mutuandolo dalla cinematografia, e questo di Schimmelpfennig rischia di essere un caso emblematico: tutta la narrazione, infatti, ruota intorno alla visione del lupo, reale o presunta che sia. Il lupo viene fotografato, avvistato, inseguito, temuto, se ne discute e vi si fantastica, fino a che appare nella maniera più inaspettata: e nondimeno, non entra nella reazione chimica, proprio come un catalizzatore. In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo racconta infatti la storia di due ragazzi polacchi in crisi di coppia; un’altra coppia, ma adolescente, fugge di casa e attraversa a piedi la provincia brandeburghese per raggiungere la capitale, seguiti da un padre alcolista, mentre una madre in piena crisi depressiva torna nei luoghi di gioventù, ed un cileno ambiguo e losco li ospita per scopi non chiari.

Minolta DSC

Schimmelpfennig, affermato regista teatrale, è qui al suo esordio, con un lavoro convincente ma difficile, che gli è valso comunque l’ingresso nel novero dei finalisti al Leipziger Preis. Ma in che senso possiamo definire “difficile” In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo? Non nel senso della scrittura, che è estremamente precisa, ma costruttivamente e lessicalmente semplice, adatta del resto al milieu che Schimmelpfennig sceglie di ritrarre nel suo affresco: la difficoltà è tutta emotiva, per il lettore, che si trova effettivamente catapultato In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo, ossia in mezzo al gelo, ad un chiarore abbacinante e in un momento storico di smarrimento socioesistenziale.

Roland Schimmelpfennig

Quello che colpisce, In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo è la desolazione, che si riflette nello stile della scrittura, volutamente minimalista all’estremo, poiché deve descrivere appunto la desolazione: è una waste land, quella che si dipana sotto i nostri occhi, figlia dei Ragazzi dello zoo di Berlino, nata sotto il segno dell’indifferenza, persino più profonda ed esistenziale di quella di Moravia. Tanto che i personaggi hanno a stento un nome, e vengono identificati preferibilmente con un generico, ma non privo di significato simbolico, il ragazzo, la ragazza: e in effetti, nel mondo che è sì all’inizio del 21° secolo, ma ha sullo sfondo ancora i fantasmi della DDR e le conseguenze della gentrificazione, che senso hanno i nomi propri? Cosa ci distingue, in fondo, gli uni dagli altri, tutti immersi nella stessa gelida mota indifferenziata?

Con la sua scrittura per sottrazione Roland Schimmelpfennig ci dice, in fondo, che In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo non siamo nemmeno più numeri, il che sarebbe già un successo: siamo solo nomi comuni preceduti da un articolo determinativo che determina ben poco. Viene in mente la noncuranza dell’esistenza di This is the life di Amy Macdonald: nel romanzo ricorre il tema “abitare insieme”, un gesto che per noi ha ancora un significato di scelta, e che Schimmelpfennig presenta con un distacco casuale; anche il sesso è un’attività qualunque, che si fa perché ad un certo punto è il momento di farlo. Nemmeno una ferita d’arma da fuoco riesce a scuotete i personaggi, che urlano ma come in fondo ad un tunnel pieno di ovatta, come in ottemperanza ad un copione. Nemmeno il narratore riesce a venirne scosso: solo il lettore lo è, da tanta gelida indifferenza solitaria.

Definito fiaba metropolitana, In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo procede per quadri separati, con lo sguardo del narratore invisibile che di volta in volta punta i riflettori su questo o quel personaggio, ma sempre in maniera totalmente acritica e priva di partecipazione: figlio, forse, dei racconti di Carver, o forse piuttosto della lezione di Peter Handke e del suo Prima del calcio di rigore. Come in Handke, del resto, il sentimento che pervade l’intero romanzo è quello della solitudine e della totale incapacità di uscirne:

sapeva che a volte confondeva i giorni della settimana perché lavorava tutti i giorni e tutti i giorni erano uguali

Solo l’occhio del lupo fa la differenza, In un chiaro, gelido mattino di gennaio all’inizio del ventunesimo secolo.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

www.artspecialday.com/9art/2019/01/14/grandi-classici-del-calcio-rigore-vita-fredda-segno-della-dissociazione/

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.