I Grandi Classici – “Le braci”, il crollo delle illusioni culturali frana sulle nostre individualità, nel romanzo di Marai

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Se fosse plausibile o sensato, e naturalmente non lo è, prendere un libro ad occhi chiusi ed iniziare a leggerlo rimanendo totalmente all’oscuro di titolo ed autore, verremmo probabilmente colti dalla quasi certezza di trovarci per le mani un’opera sudamericana, probabilmente proprio di Gabo, o comunque di un campione del realismo magico: tanta è la capacità evocativa dell’andamento prosodico di ampio respiro, della descrizione dell’attendere con attenzione quasi religiosa alle attività pratiche, dell’afflato bucolico, dell’accenno (è la momentanea impressione) al personaggio come ad un’alta attività militare – il generale – senza farlo uscire dall’anonimato. Invece, è con la consapevolezza di metter mano a quello che è già unanimemente definito come un “classico moderno” che si sceglie la lettura di Le braci, dello scrittore ungherese Sándor Márai.

Al di là delle apparenze, la trama è di una semplicità disarmante: la storia dapprima di un’amicizia, tra il ricchissimo Henrik, figlio di un ufficiale della Guardia Reale, e Konrad, erede di un barone povero; successivamente, questa amicizia si interrompe bruscamente, per motivi misteriosi a seguito di un ancor più misterioso episodio, e dovranno passare quarantun anni e quarantatré giorni perché i due amici si incontrino nuovamente, in una cena dall’intento chiaritore, che è vendetta e duello assieme, dai risvolti imprevedibili. Su questo filo si dipana la trama di Le braci, costruito sul filo del ricordo, del flash-back su più piani, a cavallo tra la descrizione diretta ed indiretta, ed il cui nucleo centrale, portante, è un soliloquio di Henrik, il generale, che ha fatto carriera nell’esercito mentre l’amico scompariva in Estremo Oriente. Poche figure ruotano intorno a questo romanzo dalla matrice riflessiva e filosofica: sostanzialmente, l’anziana balia Nini, e Krisztina, moglie di Henrik morta otto anni dopo la partenza improvvisa di Konrad.

Le braci è del 1942, primo e maggior successo di Sándor Márai, al quale l’autore non fu particolarmente legato, definendolo a posteriori eccessivamente romantico: una lunga teorizzazione sul significato dell’esistenza, dell’amicizia fraterna (della fratellanza, in verità) come solo gli uomini possono provare, sul concetto di tradimento e di lealtà e sul significato della vendetta e sul suo evaporare di fronte alla prova del tempo: «Non sapeva più quando il risentimento e la sete di vendetta si fossero trasformati in attesa» è una delle considerazione sulla questione, che compare all’inizio del testo e che troverà modo di essere sviscerata in più parti.

Sandor Marai

Le braci è del 1942, dicevamo: il successo, pur conseguito, non fu immediato, ed il romanzo fu tradotto dapprima in tedesco nel 1950, poi ripubblicato in ungherese nel 1990 per approdare alfine in Italia, con la nostra tipica lungimiranza, appena nel 1998. Sommamente cerebrale, trattandosi per la quasi totalità del racconto di ricordi del protagonista, Le braci ha trovato ben poche trasposizioni: appena due cinematografiche e altrettante teatrali, sebbene l’azione, mancante in realtà nella versione testuale non potrebbe mancare in qualsivoglia versione visiva, se non altro in termini di flash-back appunto.

Certamente, però, la straordinaria bellezza di Le braci sta nella minuziosa capacità di approfondimento psicologico di sentimenti e sensazioni, dubbi e pulsioni, affidate al lungo, interminabile monologo di Henrik, per il quale tocca far ricorso alla cinematografica sospensione dell’incredulità per accettare tutta l’eloquenza scevra di errori ed esitazioni che l’anziano generale mette in campo per un tempo improbabile da reggere all’atto pratico. Altrettanto certamente, il fascino invece de Le braci sta nel tema sotteso, ossia quello della solitudine: affrontata, questa, non con le nuances sudamericane, bensì mitteleuropee: 41 anni di solitudine, reale o effettuale nel castello sui Carpazi (da sentire Il Castello, di Roberto Vecchioni, che ne contempera certo involontariamente lo spirito) anticipano il profondo disagio esistenziale che coglierà Márai, il quale visse l’epoca di cambiamento ed incertezza del crollo della società e della cultura mitteleuropee.

Márai assistette ad un crollo verticale di tutto quello che poteva definirsi cultura, e la sua ribellione si concretizzò alla fine in un volontario isolamento. La voce di Márai, che teorizza la bontà di questa scelta rispetto ad una connivenza con un mondo abietto, crudele e senza bellezza, si riflette nello sconforto che permea il lungo monologo di Henrik, che attende per quarantun anni una rivincita risarcitoria e che si rende conto in un arco di tempo brevissimo dell’illusorietà della sua speranza.

Ecco quindi che noi, che stiamo assistendo impotenti ad un nuovo crollo verticale di ogni sistema di valori, non possiamo non solidarizzare con Márai e con Henrik, al netto del fascino della scrittura limpida e affascinante con cui questo sentimento ci attanaglia.

L’uomo comprende il mondo un po’ alla volta e poi muore

dice Henrik. Con sfrenato ottimismo, in fondo. Chiosiamo per parte nostra: dove sta scritto, infatti, che questa comprensione avvenga?

 

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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