La veglia di Ljuba, straordinario viaggio spazio-tempo tra ‘900 e frontiere, nelle pagine di Angelo Floramo

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«Mia cara signora, quanti (…) da queste parti hanno mai protestato quando questa povera gente veniva cacciata dalle sue case, o perdeva il lavoro, o peggio ancora veniva deportata lontano, nei campi dai quali non faceva più ritorno?». Abbiamo omesso una parola, un semplice sostantivo, dalla citazione soprastante: un’omissione esplicativa, perché con quella sola aggiunta il discorso viene contestualizzato. Invece, sebbene la storia narrata, prima e dopo, sia effettivamente inserita in un preciso contesto storico, ancorché ampio quanto una vita, l’intento de La veglia di Ljuba è di ampio respiro. Quanto la vita stessa.

Angelo Floramo

Stiamo parlando dell’ultimo romanzo di Angelo Floramo, insegnante, medievista, “personaggio” senza ostentazione, quasi suo malgrado, che racconta la storia di un uomo straordinario attraverso il ‘900, il secolo breve e insanguinato: nato ad Udine, Floramo, e orbitante attorno alla Biblioteca Guarneriana di cui è consulente scientifico, attorno ad un’umanità minore cui sente di appartenere, attorno ad una terra in perenne equilibrio sul confine orientale, prima tra Italia e Jugoslavia, ora sul confine di qualcos’altro, che forse non sappiamo ancora decifrare appieno. Pubblica con Bottega Errante Edizioni, Angelo Floramo, casa editrice che vogliamo definire anch’essa di confine, e che come molte non-major (secondo una nostra personale definizione) sta compiendo un lavoro pregiato ed encomiabile.

L’omissione, quindi: La veglia di Ljuba è storia personale, la biografia del padre. Il racconto, lirico, di una vita densa, fortemente influenzata dagli avvenimenti sociali, politici, bellici, del Novecento appunto. Ed è qui, lungo il confine, che la Storia e la storia si intersecano e si esplicano a vicenda. Quindi, trovano un’interpretazione fatti storici ancora scottanti ed irrisolti, e sempre più travisati, confusi e strumentalizzati. La realtà, che emerge (forse) da una semplice omissione, è che anche i fatti più atroci possono e debbono trovare una spiegazione, che non è giustificazione o accondiscendenza; e che dal particolare possiamo zoomare all’indietro e passare dai fatti tragici avvenuti su un piccolo confine al calare di una guerra inimmaginabile capace di devastare un secolo, fino a comprendere tutti i fatti simili e analoghi, e con essi l’animo umano.

Certo, ci vuole mano salda per uno scrittore, per riuscire a compiere questo transfert: trascinato dall’amore per la famiglia, la Storia e le parole (pensiamo che pochi autori contemporanei siano appassionatamente innamorati della parola in sé quanto Floramo), l’autore de La veglia di Ljuba ci trascina in un viaggio che è fisico (sì, osiamo definire La veglia di Ljuba romanzo di viaggio; e di formazione, anche) che è il racconto di un amore incrollabile, intersecandolo con questi confini continuamente attraversati e con i fatti storici (il fascismo, l’Istria, l’occupazione di Trieste, il terremoto del ’76).

Alla fine, abbiamo in fondo ben due biografie, in La veglia di Ljuba, in senso proprio quella di un uomo fuori dal comune e dal tempo (di cui Floramo è degno erede), e quella (per così dire) di un territorio come pochi complesso, difficile, sfaccettato: meticcio, lo definisce l’autore stesso, ché la commistione plurisecolare di culture del FVG rende particolarmente assurdi gli slogan e le posizioni improntate alla purezza della razza e scemenze simili.

La diversità, insomma, è un valore, in La veglia di Ljuba; e gli spostamenti non sono nient’altro che la legittima ricerca di un’occasione per vivere con dignità. O per vivere, in assoluto, visto che comunque i fatti storici sono per definizione macroscopici, ed influiscono in maniera ineluttabile sulle vite di persone, uomini donne bambini, che spesso si sono trovati a vivere in un posto giusto (come potrebbe essere altrimenti?) ma in tempi decisamente sbagliati.

Tutto questo, Angelo Floramo riesce ad esporlo stando dalla parte, come detto, dell’umanità minore, ma con una raffinatezza lessicale, culturale (i riferimenti alla storia e alla letteratura sono innumeri) e sintattica fuori dal comune, tanto che a volte siamo tentati di spendere il termine prosodia per descrivere l’andamento della frase (che comunque non manca di figure retoriche, tanto da avere passaggi quasi poetici, ed infatti il libro si apre con una metafora). Nondimeno, non stride il contrasto tra l’adesione all’umanità minore e lo stile da “ultimo percentile”: l’adesione di Floramo è di tipo consapevole ed intellettuale, oltre che istintuale, non tanto alle minoranze (che sono variabili) quanto ad un’altra categoria, che invece è una costante: quella delle vittime, dei capri espiatori.

Sono sempre gli innocenti a pagare per tutti

Come non aderire con la totalità di noi stessi a tale visione? 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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