LET’S: Virginia Woolf e l’anima femminile nella letteratura

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Virginia Woolf è stata a tutti gli effetti uno dei nomi femminili che hanno segnato il Novecento, dipingendolo di tinte malinconicamente folli e quanto mai più veritiere del marasma che è l’universo femminile, tanto complesso quanto pieno di bellezze raramente apprezzate. Giovedì 28 febbraio, al LET’S di Milano (Viale Bezzi 73) si terrà un approfondimento per comprendere meglio quell’anima inglese che si è persa e ritrovata infinite volte nel corso della vita.

Carissimo. Sono certa che sto impazzendo di nuovo. Sono certa che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. Comincio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Quindi faccio quella che mi sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso tutto quello che un uomo poteva essere. So che ti sto rovinando la vita. Voglio dirti che devo a te tutta la felicità della mia vita. Sei stato infinitamente paziente con me. E incredibilmente buono. Tutto mi ha abbandonata tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinare la tua vita. Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi. (Virginia Woolf, Lettera di addio al marito) 

Talland House (Cornovaglia), dimora delle memorie estive infantili della Woolf

Queste parole non costituiscono che l’epilogo, ed evocano come un pensiero fuggitivo il guazzabuglio interiore della contemporanea Frida Kahlo, quanto mai simile nel sentirsi non in grado di reggere il peso di un’esistenza che tanto facile non si era rivelata. Il percorso della Woolf, analogamente a quella della pittrice messicana, aveva riportato delle complicazioni già nel periodo infantile: la facoltosa famiglia londinese si era sgretolata nel giro di 9 anni, dapprima con la morte della madre, seguita dalla sorella e, nel 1904, e in seguito con la scomparsa dal padre. A soli ventidue anni, la maggior parte delle presenze significative dell’infanzia erano scomparse per sempre, lasciando come unico ricordo le memorie allocate nell’ex casa estiva di Saint Ives in Cornovaglia.

Talland House era una roccaforte di tinte glicinee impresse nella mente, l’apoteosi birichina di qualsiasi ricordo che pennella l’infanzia di immagini nitide e spensierate nella semplicità, ma la realtà della Londra imminente da affrontare autonomamente nel quartiere di Bloomsbury divenne inevitabile. Insieme al fratello Thoby, lasciò dietro di sè la casa paterna vittoriana e lussuosa, e con essa quell’esperimento di piccola narrazione infantile che era stato Hyde Park Gate News, un giornale condiviso con Thoby, alla volta della dinamica Bloomsbury.

L’allontanamento da casa alla volta di Bloomsbury

Con loro si traferì anche la sorella Vanessa, incredibilmente simile nelle fattezze del volto, delineato da  quella serie di similitudini riscontrabili negli occhi piccoli e tinteggiati di scuro hennè, una pozza profonda di mistero che ben si allineava col naso aquilino e una massa castana di finta linearità. Entrambe lasciarono l’abitazione familiare in quanto asserirono di aver subito violenza sessuale ad opera dei fratelli maggiori, e questa fu una delle prime eziologie che concretizzarono uno stato di confusione e malessere nella mente della Woolf, che in pochi anni avrebbe sviluppato un disturbo bipolare e probabimente una psicosi. Gli anni a Bloomsbury si caratterizzarono  anche per il coinvolgimento attivo nell’istruzione delle donne, con gli insegnamenti serali alle operaie, e nella militanza attiva alla causa del  movimento femminista delle Suffragette, che capitanate da Emmeline Pankhurst lottavano in prima persona per veder legittimati i propri diritti da una società chiusa, bigotta e altamente misogina.

La scrittrice inglese diede vita a una serie di scritti tutti in sostegno di questa causa, primo tra tutti Una stanza tutta per sé (del 1929, anno peraltro de Il disagio della civilità di Freud) e poco meno di dieci anni dopo, nel 1938, Le tre ghinee. 

Il lavoro deve nascere da un sentimento profondo, diceva Dostoevskij. È il mio caso questo? O mi limito a inventare con le parole, amandole come le amo? No, non credo. In questo libro ho anche troppe idee. Voglio dare la vita e la morte, la saggezza e la follia; criticare il sistema sociale e mostrarlo all’opera, nel momento di massima intensità. Ma questa potrebbe anche essere una posa (Virginia Woolf, Diari)

Con l’aiuto concreto ed emotivo del marito Ludwig Wittgenstein, incontrato in quegli anni di prime scritture e genuini incontri agli albori della giovinezza creativa, diede vita alla Hogarth Press, che si premurò di stampare quegli scrittori anticonformisti che allo scoccare del Novecento si erano rifiutati di farsi rinchiudere entro gli schemi del finto decoro e delle apparenze avulse da qualsiasi traccia di realismo magico.

Per comprendere quanto la Woolf fu rivoluzionaria nel dar vita a quest’impresa editoriale, avviata peraltro nel 1917 dopo un periodo nero in cui aveva tentato il suicidio, basta porre attenzione ai nomi dei primi autori pubblicati: niente di meno del padre della psicoanalisi Sigmund Freud, seguito dall’ideatore sommo del flusso di coscienza James Joyce, che col suo Ulisse avrebbe consegnato al mondo un altro caposaldo maggiore della letteratura inglese nonchè internazionale.  Virginia Woolf non smise mai di raccontare se stessa e una società reale nella sua dimensione di quotidiana irrazioanlità, raffigurando immagini mentali di comuni attività disvelate però in un interconnettersi di pensieri, che guizzano in un istante a quel ventre birichino e vitale che era l’infanzia là dietro per poi tornare coscientemente al presente con le sue pretese.

Ogni onda del mare ha una luce differente, proprio come la bellezza di chi amiamo (Virginia Woolf)

Ophelia di Millais, 1851-52

In lei dimorava un anacronismo di pensiero impegnato a fuggire verso un futuro che immediatamente tornava a fare capolino nella dimensione presente, pur sempre con la consapevolezza di una confusione di diversi tipi e su molteplici livelli temporali. Purtroppo, nonostante il flusso di coscienza sia rimasto impresso nelle parole e vi permarrà in eterno, La signora Dalloway e Gita al faro non furono in grado di arginare la depressione che andava ingrandendosi nella mente della Woolf, investita altresì dalla violenta ondata d’incertezza distruttrice della Seconda Guerra Mondiale. Nell’antro segreto e inviolato del fiume Ouse compì il suo ultimo viaggio, attanagliata indubbiamente dai massi depressione e dalle sue voci insistenti che la trascinarono sempre più a fondo, ma come l’Ophelia minuziosamente salvata dal quadro di Millais, anche Virginia Woolf è destinata a rimanere impressa per sempre nelle menti di chi, come lei, ha fatto dello stream of consciousness e della confusione un’arma fragilmente valida per non adeguarsi a una realtà ipocritamente composta e ordinata.   

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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