Benvenuti al Panopticon, potente romanzo d’esordio di Jenni Fagan, in cui si rischia di venir murati vivi

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Nessuna comunità ama i disadattati, parola di Anais Hendricks. E di Jenni Fagan, ovviamente; potremmo solo aggiungere una concessiva, ossia non li ama a meno che non li possa utilizzare in qualche modo. Come giullari, ad esempio. O come argomento di studio per un dottorato di ricerca, come materiale per sostentare l’assistenza sociale e dare ragion d’essere ad uno stato di polizia. O come cavie per un esperimento, qualche sia il suo scopo. Qui, in questa terra desolata dove l’uomo è lupo per l’altro uomo, tranne nel caso dei disadattati, che fanno comunità e famiglia, si erge il Panopticon: istituto o riformatorio che si preferisca dire, e titolo del romanzo di Jenni Fagan in uscita domani 28 febbraio, grazie all’impegno di Carbonio editore.

Jenni Fagan, autrice di Panopticon

È una singolare, affascinante contraddizione che l’arte in genere, e la letteratura non fa assolutamente eccezione, ricerchi continuamente l’originalità, la singolarità, l’innovazione: ma che poi, una volta incontrato un campione di queste qualità, non trovi di meglio da fare che usare la figura retorica più antica del mondo, il paragone, per convincere il pubblico del valore artistico dell’opera che si prende in considerazione. Nondimeno, accettiamo questo stato di cose: accettiamo pure, e non ci meraviglia, l’uso del principio di autorità, per cui si spende l’entusiastica approvazione di Irvine Welsh, autore di Trainspotting, per questo Panopticon che è il romanzo d’esordio di Jenni Fagan, di cui abbiamo già recensito l’opera seconda, Pellegrini del Sole.

Come Welsh ha approvato Panopticon (ad un certo punto peraltro viene nominato tale Mark, e la mente corre subito a Renton), abbiamo la certezza che potrebbe farlo Charles Dickens, del quale Anais Hendricks, quindicenne protagonista assoluta di Fagan (per ben due volte il Panopticon viene paragonato ad un centro in cui gli “ospiti” «si allenano per la galera vera e propria», alla quale sono «destinati al 70%») potrebbe benissimo essere un personaggio, per quanto contestualizzato da oltre un secolo e mezzo di crudezza & crudeltà. Anais, che racconta una storia in prima persona: fatta (è il caso di dirlo) di istituti di accoglienza, polizia, botte, pestaggi, famiglie affidatarie, prostituzione anche minorile, suicidi, degrado, sogni spezzati – e droga, tanta droga di tutti i tipi, che assurge a valore esistenziale. In apparenza. In questo universo così simile a quello in cui orbitano gli orfani dickensiani si muovono quelli di Fagan, portando avanti un complesso reticolo di tematiche di importanza assoluta: il rapporto con la droga, appunto, ma anche con l’autorità; e poi la sessualità, anche adolescenziale, spinta e violenta come in un romanzo di Hubert Selby Jr., il disagio mentale (Ken Kesey e Qualcuno volò sul nido del cuculo, campioni e campionari di un’umanità disgregata sono i nostri riferimenti), l’omosessualità e la transessualità (tema caro a Fagan, visto il prosieguo dei suoi lavori), l’infibulazione, la fallocrazia. E la società controllata, il Grande Fratello, sullo sfondo di un “esperimento” che rimane in sottofondo: reale oppure una delle tante fughe dalla realtà di una Anais – Aliceinwonderland – non possiamo pensare che sia un caso il fatto che, in condizioni di stress estremo, Anais/Alice rimpicciolisca. Il Panopticon, inteso come edificio / istituzione, dovrebbe rappresentare l’ordine costituito, ma emerge come una sorta di Fossa dei Serpenti. Anais Hendricks, quindicenne strafatta, potenziale pericolo per la Società, ama i libri e ha letto molto più dei suoi controllori e giudici.

Le evocazioni che suscita Panopticon potrebbero continuare: non è difficile immaginarlo, stante il tipo di scrittura visuale di Fagan, sul grande schermo, con una colonna sonora che comprenda la Symphonie Fantastique di Berlioz, ad esempio. Il racconto di Fagan riesce ad essere non privo di ironia, tanto da ricordare lo humour inglese, lei scozzese, di un ben più sereno Nick Hornby (quello di Non buttiamoci giù, per l’esattezza). E di tenerezza, naturalmente: perché Anais, sempre strafatta e pronta a battersi, ha un vivo senso della giustizia e della famiglia, della lealtà, ed uno spasmodico bisogno di affetto. «Certe volte ti serve qualcuno che ti dica ciao» è una battuta che abbiamo visto in bocca anche a Charlie Brown, per dire il grado di fragilità e di tenerezza che suscita la protagonista di Panopticon.

Detto delle tematiche che Fagan affronta, va fatta menzione anche dello stile, di una sorprendente maturità e varietà, con una marcata (ma non troppo) differenza di registro tra i due schieramenti, i rappresentanti dell’autorità ed i disadattati, nel dipingere i quali ovviamente la fa da padrone assoluto il linguaggio gergale/adolescenziale. Sostenuta in tal modo, appoggiandosi anche su una straordinaria varietà lessicale ed una rara densità di episodi/tematiche/valutazioni (il giudizio morale dell’autrice è evidente nella personificazione di Anais), si dipana una trama di rara drammaticità che riesce in qualche modo a sfuggire alla cupezza; ma non alla malinconia, sia ben chiaro, una malinconia struggente: vedere gli episodi del matrimonio e del funerale.

E il Panopticon troneggia, sullo sfondo, come un Macguffin: al suo nadir, invece, si taglia una Parigi vagheggiata come un’Arcadia, come un obiettivo.

Riferimenti, suggestioni e temi scottanti, di un’attualità drammatica: talmente attuali che sarebbe bastato poco per proiettare Panopticon nell’Olimpo della fantascienza, distopica naturalmente – Blade Runner, Nirvana, The Cube – tanto che va reso merito a Carbonio di aver voluto portare in Italia un testo di assoluto valore letterario, ma sicuramente scomodo per un’infinità di motivi/tematiche.

Ma se la contingenza di temi come l’accettazione della diversità, la libertà di espressione, la transessualità rende Panopticon perfettamente contestualizzato nella nostra realtà, è il giudizio morale sulle istanze oppressive della società e dell’uomo ingenerale a renderlo atemporale e splendidamente etico, a livello di un paradosso dell’intolleranza di popperiana memoria.

Ehi bellezza, con la feccia non si discute, non si parla, non ci si mischia, perché se in te c’è anche un minimo di bontà o gentilezza la feccia lo sbriciola

Attenti a Panopticon. Ed a tutti i Panopticon, bellezze. Se non state attenti, vi ci murano vivi.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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