«Voglio essere Chateaubriand o niente», disse, ma era Victor Hugo

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Villa di Victor Hugo a Guernsey

«Voglio essere Chateaubriand o niente» scrisse un ragazzo di quattordici anni dopo aver perso un concorso di poesia perché la giuria non riusciva a credere che un ragazzino avesse scritto qualcosa di così eccezionale. Chateaubriand era uno scrittore e politico francese, fondatore del romanticismo in Francia, il ragazzino era Victor Hugo (Besançon, 26 febbraio 1802 – Parigi, 22 maggio 1885). C’è qualcosa nell’ostinazione di questa frase che ci ricorda come i grandi della letteratura conoscessero fin da subito dentro di loro quale fosse la loro meta, il punto a cui arrivare per potersi congedare dalla vita soddisfatti, ma allo stesso tempo l’errore giovanile di voler essere qualcuno che non sono, senza rendersi conto che hanno le capacità per poter essere molto di più.

Per il giovane Victor Hugo Chateaubriand era il modello da emulare, non aveva contemplato la possibilità di essere solo Victor Hugo, padre del Romanticismo francese, scrittore prolifico in ogni genere, dalla poesia lirica alla satira politica, sommo poeta nazionale destinato al Pantheon di Parigi, accanto ad Alexandre Dumas ed Émile Zola.

La vita però sa dare e sa togliere, cercando sempre di mantenere un qualche giusto e incomprensibile equilibrio, e con Victor Hugo seppe essere crudele. Sua moglie, Adèle Foucher, lo tradì con un amico di famiglia e lui decise di dedicare la sua vita al libertinaggio, senza più legarsi stabilmente con nessuna donna. Dei cinque figli avuti da quel matrimonio, uno muore pochi mesi dopo la nascita, tre muoiono adulti, ma prima di lui, e la figlia, che gli sopravvive, impazzisce per amore e trascorre molti anni in un manicomio.

Victor Hugo a Guersney

Ma c’è un altro figlio, immenso, che continua a vivere anche dopo la sua morte, che nacque nel 1827 dalla sua penna: il Romanticismo francese. Il dramma storico Cromwell è considerato il manifesto delle nuove teorie romantiche, quelle che si oppongono al teatro classico e alle sue unità aristoteliche, mentre l’inizio del periodo romantico è segnato dal suo dramma Hernani del 1830. In quegli anni scrisse anche uno dei suoi capolavori letterari, Notre-Dame de Paris, romanzo dove la cattedrale gotica diventa il palcoscenico delle vicende di Quasimodo, personaggio in cui grottesco e sublime si fondono.

La morte di sua figlia nel 1843 e l’insuccesso della tragedia Burgravi nel 1845 demoliscono moralmente Victor Hugo, che cade in depressione e per dieci anni non riesce a scrivere nulla. È in quel periodo che si dedica alla politica e viene nominato Pari di Francia dal re Luigi Filippo d’Orleans e deputato dell’Assemblea Costituente nel 1848. Ma anche il declino politico non tarda ad arrivare e, quando nel 1851 Napoleone III sale al potere, Victor Hugo sceglie l’esilio. Gli anni trascorsi a Guernsey a causa della situazione politica francese sono per lui fonte di ispirazione essenziale per riprendere l’attività letteraria. La rabbia verso Napoleone III lo porta a scrivere opere di satira politica in cui prende di mira il Secondo Impero e Napoleone il piccolo, come lo definisce Hugo. Ma sono anche gli anni che gli conferiscono quell’alone mitico di “Padre della patria in esilio“, poeta ed eroe di Francia lontano dal suo popolo.

Dalla satira politica Victor Hugo passa alla descrizione di una politica più alta, idealizzata, che lo porta a creare opere come La leggenda dei secoliI miserabiliI lavoratori del mareL’uomo che ride.

Il funerale di Victor Hugo

È il 5 settembre 1870 quando il poeta in esilio può fare ritorno in patria: Napoleone III è caduto ed è nata la Terza Repubblica Francese. La folla lo acclama e festeggia il suo ritorno e la sua abitazione torna ad essere il luogo di incontri letterari che era stata un tempo. Victor Hugo non è diventato né Chateaubriand né niente, ma solo Victor Hugo.

Morì il 22 maggio del 1885 a Parigi e la sua salma fu esposta sotto l’Arco di Trionfo per una notte, vegliata da dodici poeti. Quando il 1° giugno fu portato al Pantheon, si racconta che più di tre milioni di persone vennero a rendere omaggio al poeta della nazione.

«Morire non è nulla, non vivere è spaventoso» aveva scritto Victor Hugo ne I miserabili con quella sentenziosità che sembra racchiudere tutti i segreti dell’universo, forse con la consapevolezza, che solo i poeti hanno, che il loro vivere e creare li porta ad essere superiori alla morte, eterni nella memoria del proprio popolo.

Jennifer Carretta per MIfacciodiCultura

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