Jean-François Millet, l’essenziale che è invisibile agli occhi

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Il vagliatore

Jean-François Millet (Gréville-Hague, 9 ottobre 1814 – Barbizon, 20 gennaio 1875) fu esponente del realismo francese di metà Ottocento, nato sulle costa della Normandia.

Fu definito dispregiativamente dalla critica “l’esaltatore di patate” e ciò fa pensare che l’artista da pochi fu apprezzato realmente, forse a causa della genuinità dei suoi soggetti. Questo poca benevolenza della critica si è tradotta di una fama minore rispetto a quella meritata, ciò nonostante la mostra dedicatagli a Brescia una decina d’anni fa dimostrò il contrario, registrando ben 270 mila visitatori.

Proveniente da una famiglia umile di contadini, primo di otto figli, riuscì unicamente grazie ad una borsa di studio e all’appoggio del suo maestro a studiare pittura a Parigi, la capitale dell’arte. L’inizio della sua carriera lo vede impegnato a guadagnare il minimo per poter sopravvivere, di qui la preferenza verso il genere del ritratto. Ben presto si appassiona però ai temi sociali, influenzato dai suoi colleghi della scuola di Barbizon, ai quali si avvicinò negli anni ’50, inserendo nelle opere il paesaggio come emblema di uno stato d’animo.

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Le spigolatrici

È del 1848 il dipinto Il vagliatore, un uomo che trasmette tutto lo sforzo e la fatica del lavoro fisico, ritratto mentre sta vagliando il grano dalla sgusciatura. Millet per primo inserì nelle scene paesaggistiche, personaggi come “fotografati” durante le loro umili attività quotidiane. Per primo si interessò ai sentimenti e alla vita di semplici contadini e lavoratori di bassa estrazione sociale, trasformandoli nei soggetti principali delle sue opere destinate ad essere esposte al Salon di Parigi, la più importante vetrina mondana.
In questo modo la sua pittura andava a disorientare il borghese, amante del bello, e ad ispirarlo verso questa strada di provocazione fu sicuramente l’aria di rivoluzione che si stava respirando, espressa al meglio dalle vignette satiriche di Honoré Daumier.

Al Musée d’Orsay è oggi conservata l’opera Le spigolatrici (1857) considerata il suo capolavoro. Protagoniste dell’opera tre donne misere, curvate sui campi a raccogliere spighe, sotto il sole caldo della campagna.
Millet stesso, rifugiatosi a Barbizon conduceva una vita da contadino, crescendo i suoi nove figli in una condizione semplice e povera.

Nel 1865 scrive:

L’Angelus è un quadro che ho dipinto ricordando i tempi in cui lavoravamo nei campi e mia nonna, ogni volta che sentiva il rintocco della campana, ci faceva smettere per recitare l’angelus in memoria dei poveri defunti.

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L’Angelus

Alla base dell’opera c’è dunque un ricordo d’infanzia, una parte della propria vita che l’artista rende eterna sulla tela. C’è il ritmo della vita dei campi, scandita dalla fatica della terra e dal riconoscimento verso la natura, nessun sentimento religioso dunque, per un uomo che non era neppure praticante. Il sentimento che scopre l’opera è il tempo della pausa, del riposo, dell’umiltà dei contadini che hanno posato il cesto e il forcone, hanno interrotto la raccolta di patate, per un momento di forte umanità. Tutto deve fermarsi davanti alla morte.

Si può dire di Millet che non fu soltanto un pittore realista. Fu il pittore dei sentimenti, de l’essenziale è invisibile agli occhi. Le sue tele non sono una denuncia alla condizione contadina, bensì un viaggio nel mondo dei valori, della fatica e della famiglia. Sono una finestra sul mondo rurale, un contatto effettivo con la natura più acerba, lontano dal disordine rivoluzionario della città.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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