Schiele e le sue donne poliedricamente espressioniste

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È una storia breve quella di Egon Schiele, senza fronzoli o illusioni sul futuro: ventotto anni, poi la luce e il buio si fusero tutt’uno come in un abbraccio. Considerando che nessuno nasce e si realizza indipendentemente dal contesto, è inevitabile che ci siano figure di riferimento per ogni anima inventrice, sia essa maggiormente dedita alla pittura, alla musica o a infinite altre arti; nello specifico, a plasmare e influenzare devotamente l’essenza artistica di Egon Schiele furono le donne. A qualsiasi esperto, ma parimerito a un qualunque spettatore avulso da informazioni dettagliate, appare evidente che il centro delle composizioni artistiche, l’alma stessa delle visioni schieliane è rappresentata dai corpi femminili al limite degli incarnati grevi espressionisti, da quelle compagne fedeli o occasionali che hanno simboleggiato, con l’evolversi delle proprie fattezze, il trascorrere repentino delle ore fuggitive appartenute a quel genio figlio della Secessione.

Ma chi erano queste donne? Furono tre, ognuna delle quali segnò l’inizio e solo l’apparente chiusura di una fase.

Ritratto di Gertrude Schiele, 1909

La prima faceva anch’ella di cognome Schiele, e altro non era che Gertrude, sorella dell’artista. Gerti rappresentò la trasformazione, la metamorfosi di un corpo che supera lo stadio puerile per raggiungere una conclamata maturità fisica. Come appare nel ritratto eseguito da Egon nel 1909 “Ritratto di Gertrude Schiele”, le similarità tra i due risultano evidenti: l’incarnato bianco fumo e quel “noir foncé” che pennella una coppia di occhi disadorna di apparenze, vivacizzati dalla massa di capelli castano ramato che emerge fiera da due corpi magri ma fulmineamente vivi. Schiele tratteggia la sua semplicità ma allo stesso tempo la caratterizza con quel tocco lussureggiante e raffinato che richiama Gustav Klimt, la cui influenza fu chiara dal 1907, dopo l’incontro al celebre Cafè Museum di Vienna.

Ritratto della pallida ragazza taciturna

Gerti Schiele accompagnò la mente genuina del pittore, restandogli vicino nei primi anni di vita che tanto semplici non furono, considerando che il padre morì agli albori della tenera età di suo figlio e la madre si limitò a rimanere una distante comparsa affettiva. Come risposta naturale a questo frastuono fanciullesco, Gertrude Schiele restituì se stessa entro le forme di un corpo in evoluzione, ench’esso coinvolto nei dissidi familiari ma mai intenzionato ad abbandonare il fratello, nonostante il tempo stesse cambiando tutto, in primis le fattezze stesse della ragazza.  

Prima dell’arrivo delle due muse ispiratrici di Schiele, diversi furono gli anni e gli esperimenti di stile; l’obiettivo era captare l’animo che entro gli occhi guizzava aitante, disvelandosi inquieto o nella caparbietà, in una forma lineare ma molto più probabilmente eroticamente frammentato che fosse, creando quel Ritratto della pallida ragazza taciturna che evoca questa immagine:

Una mia polluzione d’amore, – sì.
Amai tutto.
La ragazza venne, trovai il suo viso,
il suo inconscio, le sue mani da lavoro;
in lei amai tutto.
Ho dovuto raffigurarla,
perché guardava in quel modo e mi era così vicina. –
Ora è lontana. Ora incontro il suo corpo

(Egon Schiele)

Egon Schiele, Ritratto di Wally Neuzil (dettaglio), 1912

A 21 anni, Schiele incontrò Wally Neuzil, l’allora diciassettenne probabilmente anche ex modella di Klimt, e con lei si trasferì momentaneamente presso Neulengbach, separandosi dalla grande Vienna. Uno stacco necessario, un conseguimento dello scoprimento di sè, in cui l’autoritratto dell’artista e della persona trovano delle corrispondenze suadenti entro i lineamenti peculiari di una figura altra dalla propria- caratterizzata da enormi boccioli celesti e con la carnosità delle labbra d’ambra fiammante.

Wally è il distacco dal comodamente conosciuto, rappresenta la ricerca e insieme il raggiungimento della concretezza dell’essere vivi, un proseguimento dalla mera osservazione del corpo immaturo di Gerti alla volta del disvelamento emotivamente carnale:

«Allora andate nei musei e fate a pezzi le massime opere d’arte. Chi rinnega il sesso è un sudicione e infanga nel modo più basso i genitori che l’hanno fatto venire al mondo» (Egon Schiele, Dal diario di Neulengbach, Vienna 8 maggio 1912)

Wally ha una duplice aurea: richiama la purezza, come si evince da Ritratto di Wally Neuzil (1912) che la raffiugura tinteggiata di bianco fumo, coi lineamenti non perfetti ma emananti un senso di partecipazione viva, di concentrazione attenta e devota verso una voce esterna, con la pendenza del volto e l’inclinazione del busto in prostrazione verso una voce che non appartiene ad altri che a quel cantastorie pittoresco, dalle smorfie irregolari tutt’altro che eleganti, l’inventore delle ritrattistiche ocra scabrose. Insieme però, Wally è anche la conferma del disastroso puritanesimo dilagante nelle menti corrotte dalle regole apparenti del Novecento: che importanza poteva avere una relazione, seppur intensamente viva, e quanto mai poteva interessare l’influenza che questa era in grado di esercitare sull’arte stessa del pittore espressionista? Nulla, assolutamente nulla, tanto che gli abitanti della piccola città di campagna li misero al bando a causa del legame non coniugale. Wally è dunque anche il nero, insieme ai colori intensamente caldi e alle rivelazioni notturne tipiche dell’approssimarsi dei vent’anni.

Il pittore può anche guardare. Ma vedere è qualcosa di più. – Stabilire un contatto con un’immagine che ci riguarda, è molto. – La volontà di un artista? E. S.

Egon Schiele, “La morte e la fanciulla”, 1915

In ogni caso, Wally concretizzò la non presenza di elementi decorativi, senza eccessivi brillanti o forzature apparenti: il nudo è reale, tutto il resto è supefluo, nell’assenza di veli esiste il reale, e lì dietro si cela l’anima. In lei è presente anche la perseveranza, in quanto non abbandonerà Schiele durante il periodo di prigionia di Schiele: fu la sola a portargli un arancia, che negli scritti successivi egli declamò come l’epifania luminosa che riuscì a tinteggiare quella cella grigia tetra, claustrofobica e senza realismo magico, una stele grigia e cruda.

Wally fu anche la prima donna che, oltre ad offrire la sua anima nuda e bionda, a Schiele la tolse: nel 1917, coi suoi fragili venitrè anni ma con la caparbietà necessaria per presentarsi come crocerossina, morì a causa della scarlattina contratta durante il conflitto mondiale. Non appena appresa la notizia, Schiele modificò il titolo di una delle sue opere più celebri, variandolo da Uomo e ragazza in La morte e la fanciulla (1915) in omaggio all’epilogo indesiderato di un’esistenza cangiante fra grigi e tratti di rosso di Wally.

Io sono ogni cosa allo stesso tempo, ma non farò mai ogni cosa nello stesso tempo (Egon Schiele)

Egon Schiele, “Portrait of Edith Schiele”, 1917

Nel 1914, Schiele sposò la terza donna più importante della sua vita: Edith Harms. Figlia di un fabbro, nel celebre “Ritratto di Edith Schiele” si scorge l’essenza della terza musa ispiratrice: semplice candore, genuina pacatezza contornata da un pizzico di eleganza, con occhi incredibilmente profondi e un animo coloratamente disposto all’ascolto empatico, come si suggeriscono le righe dell’abito variopinto. Purtroppo, nemmeno quattro furono gli anni di serenità che Schiele ebbe con Edith: non era trascorso nemmeno un anno dalla morte di Wally che anche Edith contrasse una malattia. I colori calmi ma vispi, la vitalità dello sguardo repentino della donna si consumarono rapidamente e, come Schiele confida timoroso alla madre in una lettera superstite, la morte si prese anche Edith, e con lei il bimbo di sei mesi che protava in grembo. Il 28 ottobre 1918, gli occhi miele si tramutarono in un breve periodo in neri corvini aguzzi, che come un ritratto espressionista ed esplicito di Kirchner trascinarono una vita in un altro stato, e poi la spensero per sempre.

Solo, senza più le sue muse sinuose e delicatamente imperfette, rimasto solo col suo erotismo malinconico e schietto, Schiele sul letto di morte (a soli ventotto anni, tre giorni dopo Edith anch’egli a causa del’influenza spagnola), in un turbine nevrastenico e senza uscita sussurrò queste parole: «la guerra è finita – e io devo andarmene. – I miei quadri dovranno essere esposti in tutti i musei del mondo! – I miei disegni saranno divisi tra voi e i miei amici! e potranno essere venduti dopo 10 anni».

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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