Jack Kerouac, cinquant’anni senza la sua confusione

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Probabilmente il mondo è un agglomerato di bei paesaggi, alcuni più grigi altri più fluorescenti, ma chi lo popola si divide in due uniche categorie prime e indivisibili fra loro: quelli che vivono per inerzia e, al contrario, i ricercatori anelanti Quel Qualcosa. I primi sono dei manichini tratteggiati in bianco e nero e legittimati nelle loro mosse addomesticate dal semplice esistere fisiologico, si muovono nel mondo schizzandolo di tinte corvine e ceree, fingendo abilmente che questo sia un tripudio di colori sfioriti. Ma è solo un inganno.  I secondi, quelli generalmente denominati pazzi dai più, scorrazzano per le strade di notte: i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi della voglia di parlare, bramosamente pazzi di essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo; i pazzi che non sbadigliano mai e nemmeno dicono luoghi comuni ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi d’artificio che esplodono col loro colore giallo come ragni attraverso le stelle nella notte, e nel bel mezzo s’intravede la luce azzurra dello scoppio centrale (Sulla strada).

I had nothing to offer anybody except my own confusion

Il signor Entusiasmo fu l’accompagnatore costante della mente freneticamente vibrante di Kerouac, la quale si spense solo materialmente il 21 ottobre 1969, lasciando dietro di sè un tesoro di artefatti altrettanto entusiastici a testimoniarne l’esistenza. Oscar Wilde disse: «Amo molto parlare di niente. É l’unico argomento di cui so tutto», e quel niente non è poi tanto distante dalla confusione raccontata dallo scrittore franco-canadese in On the road. Signorina Confusione rimase una costante durante tutto il suo percorso sulla strada di quell’America che davanti a lui si disvelava come un rotolo scintillante tra albe tramonti marijuana e incontri con anime pellegrine piene di jazz. Nonostante la consapevolezza dell’impossibile approdo a una definizione univoca di Sè, ciò che conta realmente è la ricerca, l’infinito progredire dei pensieri investigatori di Quel Qualcosa che restituisce senso alla vita, o che perlomeno legittima l’inseguimento costante della giovinezza perduta giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. In un incrocio tra edonia che appaga il bisogno di desiderio istantaneo e eudaimonia con i suoi significati più profondi, il viaggio procedeva, da Ovest a Est, da una costa all’altra.

Mi svegliai che il sole stava diventando rosso; e quello fu l’unico preciso istante della mia vita, il più assurdo, in cui dimenticai chi ero – lontano da casa, stanco e stordito per il viaggio, in una povera stanza d’albergo, che non avevo mai visto, col sibilo del vapore fuori, lo scricchiolio del legno vecchio degli impianti, i passi al piano di sopra e altri rumori tristi – e guardai il soffitto alto e screpolato e davvero non riuscii a ricordare chi ero per almeno quindici assurdi secondi. Non avevo paura; ero semplicemente qualcun altro, uno sconosciuto, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma

(Melancolia, On the road)

C’è un modo per ingannare l’Angelo della morte, che sotto l’effetto della marijuana o vittima di un incubo si manifesta abilmente con la potenza di un’entità aggressiva e reale: lo stillicidio della vecchiaia che avanza si può combattere sperimentando l’Autenticità, senza filtro alcuno, senza bisogno di pensare. La verità non è  garantita unicamente dai poemi ancestrali indovinati dalle filosofie primigenie racchiuse nell’incoscio collettivo dei tempi antichi e non risiede nemmeno entro le formule scientifiche monentaneamente esatte, bensì si riferisce a qualcosa di molto più semplice: l’Autenticità vera richiede il non pensare. Più si pensa meno si estrae, occorre abbandonare la razionalità portata a passeggio nei passeggini incartapecoriti dei manichini in bianco e nero e fuggire laddove i colori emergeranno da sè, più o meno come accade nelle vignette dell’artista Paul Rogers dedicate a On the road, che rispecchiano una visione che recita più o meno così:

Dopo poco scese il crepuscolo, un crepuscolo color dell’uva, violetto sulle coltivazioni di aranci e sui lunghi campi di meloni; il sole del colore dell’uva spremuta, con squarci di rosso borgogna, i campi del colore dell’amore e dei misteri di Spagna. Infilai la testa fuori del finestrino e inalai grandi boccate di aria fragrante.Fu il momento più bello (Jack Kerouac, On the road)

L’escamotage per sfuggire alla desolazione sono gli Angeli stessi che nella confusione vi abitano, e per abbandonare anche solo momentaneamente la consapevolezza ossessiva della Morte e del Dolore (il fratello di Kerouac morì giovane) giunge in aiuto la Signorina Frenesia. Dunque sono loro, Frenesia accompagnata Entusiasmo e con la comparsa non proprio secondaria di Madame Tristezza (Tristesa come il libro di Kerouac del 1960), i registi alleati pronti a concretizzare le congetture solo apparentemente irrealistiche di attraversare il paese da una costa all’altra, anche e soprattutto senza una meta precisa. L’unica certezza sono le visioni e le donne che arriveranno, ben delineate in un programma che vivifica le esperienze corporee, garanti di eccitanti e tristi sensazioni ubriache di realtà momentaneamente abbandonate. Sono trascorsi cinquant’anni, ma mezzo secolo non è sufficiente per oscurare l’anima bizzarramente frenetica di Jack Kerouac, il cui nome insieme a quello di Allen Ginsberg e di William Burroughs è associato alla fondazione del movimento della Beat Generation, anche se, come disse l’autore in un’intervista a Fernanda Pivano, non si tratta di essere inventori di nulla, di nessun movimento perchè Beat è solo un termine, una costruzione artificiale che difficilmente rivela Quel Qualcosa che è necessario vivere in prima persona per comprendere davvero, per avere la Visione.

Lungo la strada in cui si cessa di essere quei manichini dai cuori di carta, alieni apparentementi soddisfatti della monotonia che logora le giornate, ci sarà costantemente una commistione di Tristezza e Sorpresa, di Shock e Sollievo, di Eccitazione e Sonno improvviso, di intemrinabili tramonti e di piogge scure in una città di notte, coi pazzi che voleggiano tra i lampioni della strade urlando ai lampi gialli che «Forse la vita è questo…un battito di ciglia e stelle ammiccanti».

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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