Robert Altman e gli antieroi di un’America grottesca e sconfitta

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Robert Altman

Viene in mente 6 gradi di separazione a dare un’occhiata all’opera omnia di Robert Altman (Kansas City, 20 febbraio 1925 – West Hollywood, 20 novembre 2006): almeno, può venire in mente a quelli di noi che sono abbastanza vecchi per aver visto almeno la serie televisiva M.A.S.H. in televisione (io l’ho vista anche in bianco e nero, ma questo è un altro discorso).

Perché la serie M.A.S.H., acronimo che sta per Mobile Army Surgical Hospital, è tratta dal film di Altman omonimo, che nel 1970 fu meritatamente candidato all’Oscar, oltre ad aver vinto Golden Globe e Palma d’Oro; ma il film era tratto a sua volta da un romanzo, di Richard Hooker, che a sua volta era ispirato alle storie vere del 4077th M.A.S.H. di stanza a Uijeongbu durante la guerra di Corea. Però il libro di Hooker era ispirato anche al più famoso Comma 22 di Joseph Heller, che recitava in un fantomatico regolamento militare «Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo»: questo paradosso venne poi ripreso da Bonvi nelle Sturmtruppen, ma ben sappiamo che è una versione del paradosso di Jourdain a sua volta ripreso da Epimenide (e comunque, all’atto dell’assunzione lavorativa al sottoscritto fu detto, veramente, di non eseguire mai un ordine senza prima aver ricevuto il contrordine).

La serie televisiva di M.A.S.H., che vinse 14 Emmy Awards e 7 Golden Globe in 11 anni di programmazione, diede al mondo il talento di Alan Alda, utilizzato poi anche da Woody Allen, e la versione strumentale, come colonna sonora della meravigliosa canzone Suicide is Painless di Johnny Mandel, struggente e malinconica, perfetta sintesi dello spirito dell’opera. Perché se è vero che Comma 22 è considerato negli USA come il punto di partenza della letteratura postmoderna, è ancor più vero che il M.A.S.H. di Altman diede al mondo un nuovo paio di lenti con cui vedere il dramma della guerra: grottesco, malinconico appunto, amaro, triste e comico, stralunato, ovvero assurdo, in una parola, e nel contempo critica ferocissima al dramma della guerra tanto quanto e più ancora dei capolavori Apocalypse Now, Platoon, Full Metal Jacket coi quali si confronta senza paura. Anche perché parliamo di un film al 54esimo posto tra i film americani di tutti i tempi: il tutto, girato da un regista all’epoca abbastanza sconosciuto, dopo che la sceneggiatura fu rifiutata da signori quali Kubrick, Penn, Lumet e Pollack.

America Oggi

Il tutto ovviamente non esaurisce il narrabile sul film, opera che nella biografia di un artista sarebbe da sola sufficiente ad ascrivere costui all’Olimpo dei grandi se pure costui in seguito si fosse ritirato sull’Aventino. Robert Altman, invece, ha continuato per nostra fortuna a dirigere film, finendo per inanellare sette candidature all’Oscar, di cui cinque come regista per M.A.S.H., I protagonisti, Gosford Park, America Oggi e Nashville: per inciso, venendo insignito nel 2006 dell’Oscar alla carriera, come tutti o quasi quegli artisti troppo liberi dalle ipocrisie hollywoodiane e politically uncorrect per vincerlo direttamente per una o più opere. Il tratto distintivo di Altman, peculiarità tecniche a parte (che pure non mancavano nelle sue corde, come il formato della pellicola ed un uso di colore e luci del tutto particolare) fu infatti quello della destrutturazione e della satira.

La quale satira, quella vera naturalmente, non appartiene ovviamente a nessun establishment e men che meno a quello hollywoodiano: anche dopo M.A.S.H., il cinema di Robert Altman rimane fatto di anti-eroi più che di eroi, dei quali invece la coscienza americana ha uno spasmodico bisogno soprattutto al cinema. Altman, al contrario, gira in sequenza due film come I protagonisti e America Oggi. Entrambi espliciti fin dal titolo, il secondo tratto dal nuovo cantore di un’America provinciale che ha conosciuto la sconfitta senza sapere cosa realmente fosse la sua supposta e sbandierata grandezza: America oggi (1993) è infatti tratto da 9 racconti ed una poesia di Raymond Carver e già questo dimostra il coraggio del regista.

Radio America

Robert Altman come già detto, nel 2006 vincerà l’Oscar alla carriera e, a proposito di coraggio, poco dopo cederà le armi ad una forma di leucemia: ma avendo girato, nello stesso anno, un film musicale come Radio America, dal cast straordinario e dalla colonna sonora indimenticabile, che rimanda a Nashville (e quindi ai grandi cantanti antiguerra, da Dylan a Springsteen, da Crosby, Stills, Nash and Young a Jackson Browne) e ci rimanda al concetto di collegamenti, libere associazioni e gradi di separazione. Come dimostra, se mai ve ne fosse bisogno, questa dichiarazione in un’intervista a proposito de I protagonisti:

Non avrei potuto fare I Protagonisti se non avessi fatto Tanner ’88. E non saremmo qui a parlare de I protagonisti se l’avessi fatto come era nel libro. Ho usato un miscuglio di dramma e commedia, di realtà e satira, di fiction e non fiction: tutti gli strumenti utilizzati nella lavorazione di Tanner ’88. Peccato non l’abbia visto nessuno.

L’autoironia, tratto dei grandi.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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