Constantin Brâncuși: scultore dell’essenziale, tanto da finire in tribunale

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Constantin Brâncuși (Peștișani, 1876 – Parigi, 1957)

Il 19 febbraio 1876 nasceva Constantin Brâncuși, scultore rumeno nato nel piccolo comune di Peștișani. Nato in una famiglia di contadini e costretto fin da piccolo ai più umili lavori, coltivò ben presto l’amore per l’arte a partire dalla lavorazione del legno tanto prezioso per i suoi conterranei. Riuscì a compiere degli studi artistici presso l’Accademia d’Arte di Bucarest, finché all’età di 28 anni decise di partire per Parigi.

Quasi 2000 km separano Peștișani e la capitale francese: Brâncuși, personaggio solitario e piuttosto schivo, percorse buona parte di quella strada a piedi, vendendo il suo unico oggetto di valore, un orologio, per prendere un traghetto sul lago di Costanza. Le forze gli vennero a mancare, cadde malato a causa dei continui temporali e degli stenti. Si convinse poi a scrivere ad un amico, il quale gli pagò il biglietto del treno per raggiungere la meta cui ogni giovane artista aspirava: Parigi, la capitale dell’Arte, smise di essere un sogno, e per Brâncuși diventò una seconda casa e l’opportunità di frequentare l’Académie des Beaux-Arts.

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L’atelier di Brâncuși, nel riallestimento di Renzo Piano

Parigi all’epoca era La Mecca dell’Arte, brulicava di vita, di personaggi eccentrici o dissoluti, era il Paradiso in cui Brâncuși avrebbe potuto facilmente rinnegare la povertà del proprio paese ed entrare a far parte delle più note correnti artistiche. Vicino all’ambiente dadaista, non vi aderì esplicitamente; amico di Duchamp e Man Ray, mai in competizione con i colleghi, attento osservatore dell’arte orientale e africana, fu dapprima profondamente influenzato da Rodin e in seguito, attraverso un colloquio paziente e profondo con la materia, giunse ad un linguaggio proprio, un linguaggio di massima sintesi, di lucentezza maniacale, di concetti condensati in forme estremamente lineari, sottili, simboliche.

Brâncuși trapiantò i semi della sua terra in un atelier in rue Montparnasse, deciso a farli germogliare. Nessuna linea di confine tra studio e casa, così come non esisteva frontiera, nell’esistenza di Brâncuși, tra arte e vita. Col supporto tecnico di Man Ray, Brâncuși affianca la fotografia alla scultura. Le fotografie di Brâncuși non si limitano ad immortalare solo l’opera, ma allargano la visione a ciò che circonda l’opera stessa, testimoniano l’ambiente in cui nasce l’ispirazione. La macchina fotografica sarà per Brâncuși come una compagna inseparabile, e se ne servirà anche a scopo pratico per dare indicazioni ad acquirenti e ad allestitori, per sottolineare l’importanza della cura e della lucidatura della materia. L’atelier, fotografato costantemente negli anni dallo sculture, è stato riallestito da Renzo Piano nel 1997 accanto al Centre Georges Pompidou, seguendo le ultime volontà dell’artista che decise di donarlo allo stato francese

Colonna senza fine
Colonna senza fine, parco di Târgu Jiu

La dedizione di Constantin Brâncuși nei confronti della materia da plasmare e il processo di semplificazione delle forme è ben visibile nella serie de La musa addormentata, sempre più eterea e universale, una forma puramente volumetrica, i cui lineamenti sono appena abbozzati, immersa in un sonno dolce e cullante, e nella Maiastra, un uccello benefico del folklore rumeno che, perdendo i tratti terreni della prima versione, si trasforma in linea nello spazio.

Fondamentale nel percorso di Brâncuși il cruccio del piedistallo, indagato nelle sue infinite potenzialità di sostegno e completamento dell’opera: se lo scultore inizialmente impone al piedistallo un ruolo subordinato rispetto alla figura, nella piena maturità artistica lo libera da una gerarchia che ormai appare insensata. Ne è un esempio la Colonna senza fine, realizzata nel 1918 nel parco di Târgu Jiu: non ci sono più ostacoli tra cielo e terra. La colonna si erge per 30 metri, come un piedistallo replicabile all’infinito.

La ricerca di purezza della forma porterà ad alcune incomprensioni e ad un episodio che oggi ricordiamo col sorriso, ma che all’epoca lasciò Brâncuși amareggiato e infastidito. La vicenda del 1926, nota come Caso Brâncuși, ebbe come protagonista la versione della Maiastra del 1923, intitolata Uccello nello spazio. Lo scultore rumeno, accompagnato da Marcel Duchamp che promuoveva le sue opere negli Stati Uniti, viene fermato alla dogana di New York: il funzionario classifica l’essenzialità della Maiastra come utensile da cucina metallico, per cui è necessario pagare una somma per l’importazione negli Stati Uniti.

Brâncuși, che si spense a Parigi il 16 marzo 1957, vinse la causa in tribunale. Questo il verdetto:

L’oggetto considerato è bello e dal profilo simmetrico, e se qualche difficoltà può esserci ad associarlo ad un uccello, tuttavia è piacevole da guardare e molto decorativo, ed è inoltre evidente che si tratti di una produzione originale di uno scultore professionale. Accogliamo il reclamo e stabiliamo che l’oggetto sia duty free.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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