Fabrizio De André, un corsaro in direzione ostinata e contraria

0 1.983
De André

Pilastro della musica d’autore italiana, cantore degli ultimi e simbolo di intere generazioni: Fabrizio De André (Genova, 18 febbraio 1940 – Milano 11 gennaio 1999). Le sue poesie nel corso del tempo sono diventate dei veri e propri manifesti in cui non solo è racchiusa l’essenza di Faber ma anche le mille sfumature che costituiscono la sensibilità e lo spirito di ognuno di noi. Tutti, almeno una volta abbiamo cantato o ascoltato una sua canzone, tutti dovremmo provare anche a riflettere ascoltando una sua canzone. Fabrizio De André è il padre della musica d’autore italiana, il primo a distaccarsi dalle canzonette del boom economico con testi impegnati nel sociale, nella politica e nella religione. Anticonformista per natura non per scelta, fin da quando abbandonò gli studi a pochi esami dalla laurea, che lo avrebbe reso a suo dire un pessimo avvocato, per dedicarsi alla musica. Il De André cantautore è una creatura di Mina, fu lei infatti a cantare per prima alcune delle sue canzoni e a mettere in risalto un giovane genovese che suonava per arrotondare sulla navi da crociera con Paolo Villaggio e un giovane Silvio Berlusconi.

Con l’intervento di Mina, De André inizia a dedicarsi alla musica a tempo pieno, scrivendo testi profondi e spesso ironici (complice l’amico Villaggio) con chiari riferimenti allo chansonnier per eccellenza: Georges Brassens. Non era facile per Fabrizio cantare, non si riteneva un cantante e sostanzialmente non sapeva farlo, spesso sforzava la pliche vocali e la voce andava via. In un concerto a Carrara, città dissidente e legata all’anarchismo, annullò un concerto e le sue scuse al pubblico passarono alla storia.

De André con la PFM

Oltre al problema del canto c’era il problema del palco: non amava farsi vedere in pubblico, non voleva cantare davanti alla gente e quando lo faceva era accompagnato sempre da una bottiglia di whisky. Ad intervenire in suo favore fu Franz Di Ciccio, leader della PFM, con la quale intraprese un’avventura straordinaria che sfociò nella registrazione di due dischi che contengono probabilmente i live più belli della musica italiana.

Uno spirito libero, sempre in direzione ostinata e contraria, un randagio che con la chitarra in mano ha dato voce e riscritto la storia di moltissimi fantasmi, quegli invisibili che vivevano ai margini della società. Tra questa gente De André ha assaporato la vita: lì, «nei quartieri dove il sole del buon dio non dà i suoi raggi», ha conosciuto gente dalle storie diverse, lì ha costruito il suo credo più spirituale che politico, quello dell’anarchia. E non si risenta la gente per bene se non si adatta a portar le catene, perché della libertà De André non se ne fece solo il cantore per eccellenza ma l’adotto come stile di vita, quella sacra libertà che si svegliava ogni volta che suonava, proprio come in Jones il suonatore.

Libertà, libertà sempre e comunque, cantata in ogni modo e in ogni dove, anche quando a modo suo parlò nel 1973 in Storia di un impiegato del Sessantotto e del maggio francese, spaccando in due l’opinione pubblica che vedeva da una parte in De André un ipocrita borghese e dall’altro un rispettoso e rispettabile profeta e narratore di una pagina memorabile della storia. Contestazione che perseguitò Fabrizio fino al tour con la PFM, in cui spesso veniva interrotto dai dissidenti, erano gli anni di piombo.

Con la seconda moglie, Dori Ghezzi

Tra le persone che hanno riempito la vita di Fabrizio, oltre a numerosi amici e colleghi, va ricordata Dori Ghezzi, forse l’unica vera persona a capirlo. Tanti i momenti di gioia vissuti insieme ma anche di grande dolore e fragilità emotiva, come la convivenza forzata nell’Hotel Supramonte, che rafforzò e segnò in maniera indelebile il loro rapporto: 117 giorni di prigionia fianco a fianco con gli occhi bendati e le mani unite. Dopo il famoso sequestro, De André tornò sulla scena pubblica in punta di piedi, con una fragilità maggiore ma con una sensibilità più rafforzata e con uno stile musicale indirizzato verso la sperimentazione. Fu il periodo di Crêuza de mä e di nuove intense tournée.

A distanza di molti anni dalla sua morte, De André resta uno dei personaggi più amati e a volte discussi del panorama musicale-poetico italiano, il suo ricordo è ancora vivo nella memoria di molti: il film a lui dedicato Fabrizio De André – Principe libero uscito poco tempo fa ne è una conferma. Cantautori di questo spessore devono essere la base su cui costruire la nuova società. In un periodo in cui l’odio ha invaso le strade e il dissenso è all’ordine del giorno, le parole di De André devono risuonare forti nella coscienza e nello spirito di tutti come un magico e potente antidoto.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.