Antonio De Curtis, Totò: principe della risata e di umanità

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Quando si parla di cinema comico in Italia è bene esulare dal paradigma para-comico dello stantio e trito duo Boldi e De Sica e ricordarsi del principe della risata, il grande e indimenticabile Totò, al secolo Antonio De Curtis (Napoli, 15 febbraio 1898 – Roma, 15 aprile 1967). Egli non fu solo attore, ma anche vivace poeta e drammaturgo. Nato da una relazione clandestina nel rione Sanità a Napoli, egli si distinse in tenera età per la propensione alla recitazione e alla caratterizzazione. Totò non era particolarmente versato per gli studi e la madre, per sua stessa ammissione, preferì che il figlio diventasse un sacerdote invece di intraprendere la carriera di artista. Tuttavia, la frequentazione di piccoli teatri cittadini e l’incontro con i grandi nomi della scena teatrale napoletana, come Peppino ed Edoardo De Filippo, lo instradarono definitivamente sulla carriera teatrale. Il talento teatrale di Totò è multiforme: egli abbraccia diversi generi, dal teatro dell’arte (con una valente interpretazione di Pulcinella), il varietà e l’avanspettacolo.

Totò si serve del teatro in modo intelligente e saggio, utilizzandolo come un’arma di propaganda contro il fascismo, che aveva iniziato a vietare rappresentazioni in dialetto in favore di testi in italiano. Egli interpretò Mussolini come Pinocchio e, al tempo stesso, non mancò di sbeffeggiate Hitler. Indicative sono le sue parole al riguardo:

Io odio i capi, odio le dittature… durante la guerra rischiai guai seri perché in teatro feci una feroce parodia di Hitler. Non me ne sono mai pentito perché il ridicolo era l’unico a mezzo disposizione per contrastare quel mostro […]. Gli feci un gran dispetto, perché il potere odia le risate, se ne sente sminuito.

Il Totò autentico, vicino agli ultimi del mondo, è quello che emerge nelle sue opere benefiche e nell’assistenza ai bimbi disagiati (lui stesso si prodigò nel mantenimento di orfanotrofi e centri assistenziali). La sua filosofia di vita è ben riassunta in Siamo uomini o caporali? (1955) di Camillo Mastrocinque, dove l’attore illustra la fondamentale dialettica uomo/caporale. Il mondo, sintetizza Totò, è diviso in due categorie, quella maggioritaria degli uomini, costretti a lavorare e a faticare senza mai avere una soddisfazione; dall’altra parte vi è la minoranza dei caporali, depositari di un potere assoluto, privilegiati e favoriti. Niente di nuovo sotto il sole: gli uomini oggi sono i tanti giovani costretti a emigrare per far fortuna o la generazione voucher, dove la miseria di uno stipendio è erogata dai caporali di oggi.

Totò non fu solo attore, ma anche poeta. Celebre è la sua poesia ‘A Livella (ispirata dal Dialogo sopra la nobiltà di Parini), dove riappare il contrasto uomo/caporale. Il borioso nobile sepolto accanto all’umile operatore ecologico Gennaro Esposito impara chiaramente la lezione: ‘a livella (cioè la morte, in riferimento alla livella, un oggetto utilizzato nei cantieri) colpisce indistintamente tutti, ricchi e poveri (rievocando la godibilissima citazione di Montaigne, che ammonisce i reali che, anche sul trono più alto del mondo, si è pur sempre seduti sul proprio sedere).Ricollegandomi all’incipit di questo articolo la comicità italiana è andata incontro, nel corso degli anni, di fronte a un deficit: la comicità impegnata di Totò si è fatta sempre più rarefatta, per essere sostituita da battute salaci e volgari, specchio dei tempi, ma anche di un paese che tende solitamente ad apprezzare la mediocrità e lo scarso impegno. Non c’è da stupirsi, allora di queste parole:

Al mio funerale sarà bello perché ci saranno parole […], mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo paese, in cui però per venire riconosciuti qualcosa, bisogna morire.

Un consiglio ai tanti giovani di riscoprire uno dei nostri più grandi attori, animato da grande talento e umanità, che non fece mai vanto dell’essere nato “signore”, nonostante la sua origine nobile.

Andrea Di Carlo per MifacciodiCultura

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