Pellegrini del Sole, una sorprendente fantascienza umanistico-apocalittica al femminile, di Jenni Fagan

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Cambiamenti climatici, riscaldamento globale, una politica insipiente e colpevole, la fine della vita sulla Terra, regimi autoritari, transessualità ed identità di genere, sessualità e famiglia allargata, femminilità e femminismo, l’accettazione della diversità, il bullismo e la violenza, le dinamiche familiari: «Stella non è cattiva come quei ragazzini, e fonderà un nuovo partito politico… ogni essere umano si impegnerà a sottoscrivere un contratto per prendersi cura a vita della Terra, e la guerra contro le donne avrà fine». Per un romanzo, si tratta di una base tematica sicuramente importante, che si rivela poco alla volta però, celata dietro un sorprendente lirismo di immagini poetiche, potente introspezione psicologica e una capacità descrittiva che travalica il genere: perché stiamo parlando, per certi versi sorprendentemente, di fantascienza, declinata secondo i crismi più sensibili e vibrati della fantascienza al femminile. Il romanzo in questione è Pellegrini del Sole, pubblicato in Italia da Carbonio editore, mentre autrice ne è la giovane scozzese Jenny Fagan.

Jenni Fagan

Ma fu vera fantascienza? Conoscendo i canoni classici del genere, abbiamo lo stesso dubbio che può cogliere il lettore nel leggere il magnifico Vacanze nel deserto di Robert Silverberg, con cui Fagan condivide la scrittura felice e la capacità di penetrare nel più profondo della psiche umana messa in condizioni borderline. La fantasia in effetti straripa dalle pagine di Pellegrini del Sole; la parte scientifica è sullo sfondo dell’impianto narrativo, basato appunto su un cambiamento climatico imponente che si prospetta come una nuova, improvvisa glaciazione. Eppure, il punto nodale sfugge alla definizione di fantascienza tout court, tanto che le preferiremmo quella, simile ma non uguale, di narrativa d’anticipazione, a differenza di un’altra opera che tratta della fine del mondo per glaciazione, il capolavoro Ghiaccio Nove di Kurt Vonnegut, questo però ascrivibile senza tema di smentite alla fantascienza, sia pure di altissimo livello, ma con modalità sia narrative che strutturali completamente diverse da Fagan.

Alle porte di un inverno che si prospetta appunto come una glaciazione, con temperature previste, in Gran Bretagna, di 50 gradi sotto zero, la gente si sposta, generalmente verso sud. Dylan MacRae, al contrario, si dirige verso le Higlands, diretto ad un caravan park con le ceneri di sua madre e sua nonna in due contenitori di fortuna. Qui, a Clachan Fells, incontrerà esemplari di un’umanità incredibilmente variegata, tra cui spiccano Constance, donna forte, bellissima ed indipendente, e la figlia Stella, adolescente alla ricerca della propria identità di genere. Le loro storie si intrecciano, mentre un gigantesco iceberg si dirige verso le coste scozzesi e la temperatura passa dai -6° di novembre ai meno 56° in marzo.

La trama di Pellegrini del Sole è tutta qui: si fa per dire, perché Fagan riesce, in questa struttura da fantascienza apocalittica, a mantenere lontana l’avventura di stampo hollywoodiano (anche se il romanzo si presterebbe magnificamente ad una sceneggiatura e relativa trasposizione su grande schermo – ma niente The day after tomorrow, per intenderci). Nel romanzo, ha un gran peso la memoria ed il ricordo, tanto che nonna Gunn e mamma Vivienne sono personaggi vividi pur essendo morte sin dall’inizio della narrazione; ma ancor più importante è l’attesa ed il legame con la vita, dipinta nelle sue innumerevoli sfaccettature, variegata come forse solo la neve ed il ghiaccio possono essere al di là di un’apparente uniformità (sovviene l’Høeg di Smilla). Allo stesso modo, sapendo adattare lo stile alla materia, Fagan riesce ad adottare toni da commedia alternandoli al registro drammatico, si destreggia con la malinconia e compie calibrate incursioni nel grottesco alla Chuck Palahniuk (il che vuole essere senza dubbio un complimento).

La drammaticità della situazione è palpabile come in McCarthy, ma i personaggi hanno lo spessore di un Paul Auster: questo fa sì che possiamo parlare di Pellegrini del Sole e di Jenni Fagan senza bisogno di scomodare i numi tutelari della fantascienza, soprattutto al femminile. Arriviamo a dire che prediligiamo questa fantascienza umanistica (ecco finalmente la definizione che cercavamo) a quella avventurosa e planetaria di Ursula Le Guin: sarà che Fagan, prima che romanziera, è poetessa. E di poesia (in effetti, anche fantascienza poetica andrebbe bene) è disseminata la storia dei Pellegrini del Sole (dei quali, chiunque essi siano, non diciamo nulla), sebbene non di paragoni e metafore: la poesia di Fagan è tutta alla luce del sole, un sole meraviglioso e spietato come può esserlo su una distesa di ghiaccio e neve a cinquanta gradi sotto zero.

Nel cielo ci sono tre soli. È l’ultimo giorno d’autunno, forse l’ultimo di sempre. È il fenomeno dei cani solari, dei soli fantasma. Il parelio.

Segna l’arrivo dell’inverno più rigido da duecento anni a questa parte. I fiocchi di neve vorticano nel cielo – sono centinaia, migliaia, milioni –

e i tre soli cominciano a calare, mentre una dopo l’altra le porte delle roulotte si chiudono rumorosamente lungo Ash Lane.

Il fenomeno del parelio

Può essere un caso, questa Via della Cenere? Certamente Fagan ha nelle sue corde il simbolismo dei grandi narratori, e non ci sarebbe difficile lanciarci in un approfondito parallelo tra le tempeste interiori (di Dylan, di Constance e soprattutto di Stella, nata in un corpo di ragazzo che non sente più suo), ma non lo faremo. Preferiamo chiuderci anche noi in una roulotte in mezzo ai ghiacci, che in questa vita non ci sono difficoltà a trovare dei ghiacci da chiudere fuori dalla porta di casa, e aspettare l’uscita del prossimo titolo di Jenni Fagan, un Panopticon che ha incontrato i favori di Irvine Welsh.

Chissà mai che, contro ogni previsione e probabilità, questo ghiaccio che grava su di noi, questo ghiaccio che abbiamo sul cuore, finisca per sciogliersi. .

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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