I grandi saggi – L’ arte di ascoltare (e di tacere), un precetto di vita inascoltato (ovviamente), da Plutarco

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Un vademecum. Letteralmente, in senso etimologico: qualcosa da portare sempre con sé, visto che il volumetto, edizione più edizione meno, sta agevolmente sia nella tasca di una giacca che in una pochette. A tal stregua, ci vien fatto di considerare il volumetto di Plutarco che raccoglie due opuscoli tratti dalla ben maggiore opera Moralia, ossia L’ arte di ascoltare (e di tacere) che abbiamo trovato riuniti in un’edizione Garzanti. Una guida pratica, e morale, dai risvolti inquietanti e anacronistici.

Plutarco infatti, biografo, scrittore, sacerdote e filosofo greco vissuto tra il 46 (circa) ed il 127 (circa), greco naturalizzato cittadino romano, ci inquieta, poiché mette ripetutamente, quasi ossessivamente in guardia contro la parola, ciò che assieme al pollice opponibile ha dato all’uomo la possibilità di divenire sapiens. La modalità è quella classica dei classici antichi, ossia il paragone, e Plutarco ne L’ arte di ascoltare (e di tacere) dispiega una messe incredibile di esempi e citazioni di autori, tiranni, filosofi coevi e a lui antecedenti, con viva soddisfazione degli amanti delle citazioni (potete fare un figurone a cena, anche meglio che col leone e la gazzella) e degli aforismi.

Non c’è parola detta che abbia giovato quanto le molte taciute: in parecchi casi, la saggezza del filosofo di Cheronea è già stata ampiamente assorbita dai detti popolari, il che attesterebbe una sostanziale saggezza di fondo (forse). Ma quello che rende L’ arte di ascoltare (e di tacere) una lettura importantissima è il fatto che in queste agili e godibilissime pagine Plutarco mette in guardia in primo luogo contro la brama di parlare, di esprimere la propria opinione, prima di essere realmente pronti a farlo: «Quanti ne vediamo sbagliare, esercitandosi a parlare prima di aver acquisito l’abitudine all’ascolto?», dice Plutarco riferendosi ai giovani. E davanti ai nostri occhi si dispiega uno dei mali conclamati del nostro tempo, la brama di apparire in ogni modo purchessia. Lo scrivere prima di aver letto (che siano libri o articoli o poesia) sarebbe opportuno; e nel risvolto pratico dei due discorsi troviamo molti spunti, alcuni dei quali possono ricordarci persino lo Schopenhauer de L’arte di ottenere ragione, nella fattispecie nella considerazione sull’efficacia dei discorsi, elaborati per funzionare al primo ascolto e non per più volte (il che apre un possibile ragionamento sulla critica cinematografica e letteraria, peraltro: l’opera è pensata per la visione e la lettura, non per la re-visione e la ri-lettura).

Non si inventa niente, lo diciamo spesso: in fondo, neppure Eco, con la sua tanto odiata boutade sui web-cretini con diritto di parola, aveva scoperto altro che non fosse una disposizione dell’animo umano, che già Plutarco stigmatizza. (del resto, è improbabile che l’abate Dinouart non abbia letto, o almeno conosciuto Plutarco, prima di scrivere il suo L’arte di tacere). Come pure viene biasimata l’invidia, e lodato il silenzio (non lo ha scoperto certo Erling Kagge, anche se vorrebbe farcelo credere). Ecco, in quest’epoca urlata il silenzio è anacronistico; quando tutto il successo, personale, individuale, politico, collettivo è basato sul parlare senza soluzione di continuità, il costante invito alla temperanza verbale che Plutarco fa in L’arte di ascoltare (e di tacere) è chiaramente fuori dal tempo.

Contemporaneamente, L’ arte di ascoltare (e di tacere) urla la sua necessità: il ragionamento di Plutarco porta diritto alla necessità della mistificazione che l’abuso di parola comporta inevitabilmente. Alla fine della lettura, ci accorgiamo che tra una citazione e l’altra Plutarco ha denudato il Re: la natura della parola è ambigua e pericolosa, mostrando come la maggioranza dei discorsi che si pronunciano siano artifici retorici, specialmente in politica e nelle piazze. Più in generale ancora, L’ arte di ascoltare (e di tacere) mette, o dovrebbe mettere, in guardia contro la tendenza a non ascoltare le parole degli altri e a non riflettere sulle proprie.

Suggerisce nulla, tutto ciò?

In ultimo, L’ arte di ascoltare (e di tacere) ha il merito di riportare alla memoria di coloro i quali se lo fossero scordati che il più savio dei sette savi era Biante: il quale pronunciò la sentenza più importante ed esplicativa della storia della filosofia:

La maggioranza degli uomini è cattiva.

Non serve dire altro. Silenzio, prego.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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