Arte, cultura e potere: la potenza politica dell’arte da Platone a Vittorini

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Arte, cultura e potere: la potenza politica dell’arte da Platone a Vittorini

Arte, cultura e potere: la potenza politica dell'arte da Platone a Vittorini
Francesco Hayez, I vespri siciliani, 1822

Il rapporto tra arte e potere fa parte di quelle riflessioni a lungo termine che nel corso dei secoli sono state talmente dibattute e hanno prodotto risultati talmente contrastanti e diversi da complicare la gestazione della sua definizione.

Quale relazione sussiste tra l’arte e l’artista e il potere, inteso in senso istituzionale?

Se facessimo un compendio di tutte le posizioni filosofico – letterarie, la confusione in merito risulterebbe ancor più pesante: Platone condannava, a priori e posteriori, l’arte in quanto pura imitazione della natura, copia di copia, rea di corrompere l’iter formativo ed educativo dei giovani. Nel suo Stato Ideale l’arte era lo strumento prediletto dei soverchiatori del bene comune, e in quanto tale per contrastarla dovevano essere lanciati quanti più anatemi possibili; di fatto il suo si configurava come uno Stato di polizia nei confronti dell’arte. Una boccata d’aria fresca soffia dalla Poetica di Aristotele, il quale libera l’arte dalla sua sfera accessoria e pericolosa, e la connota di caratteristiche apotropaiche e salvifiche: l’arte, e nello specifico la tragedia, producono la catarsi, quel processo per cui “mediante casi di pietà o di terrore produce la purificazione delle passioni”.

Insomma, non c’è filosofo che non si occupi della posizione dell’arte all’interno della società: essa è parte integrante dello stato e il ruolo dell’artista può essere tanto quello di sovversivo rivoluzionario quanto quello di mansueto conservatore della tradizione, piegato alla sudditanza verso i potenti.

Tuttavia, è il Novecento che sviscera i movimenti e i momenti dell’esperienza artistica fino al ceppo della radice: è un’epoca di storici stravolgimenti, l’uomo non è più al centro del mondo, non è più l’ombelico attorno al quale gli avvenimenti accadono sotto la sua stessa spinta propulsiva. L’uomo è confuso, annoiato, disorientato e disperato nella sua solitudine. È il riflesso insomma del rovesciamento di valori esploso nel corso del XX secolo, periodo in cui ogni certezza può anche rivelarsi fallace ed effimera, e l’Europa si trova al centro di questa battaglia interiore. Fino ad allora nucleo di ogni conflitto internazionale, non aveva mai cessato di intraprendere e nutrire rapporti con altre culture, che si fanno via via più consistenti e interattive; tuttavia l’individuo ne risente profondamente, scoprendosi “privo di radici” e di identità culturale, travaglio interiore che non trova risposta e quiete se non nell’ingannevole violenza, espediente ingannevole e mendace che si auto alimenta in un vortice di ecatombe, di cui noi tutti abbiamo memoria.

Arte, cultura e potere: la potenza politica dell'arte da Platone a Vittorini
Eugène Delacroix, La libertà che guida il popolo (La Liberté guidant le peuple),1830

Le dispute sul ruolo dell’arte e della cultura in rapporto al potere sono sempre state stimolanti e hanno coinvolto spesso e volentieri rappresentanti stessi del potere; l’intervento del diretto interessato è giustificato dalla paura e dal timore che l’artista o l’intellettuale che aveva preso parola potesse influenzare e “manipolare” pericolosamente le masse, quelle stesse masse da cui dipendeva la sopravvivenza del potente.

All’interno di queste diatribe, una che spiccò su tutte le altre per la veemenza con cui è stata affrontata da un lato e l’atteggiamento pungente e sferzante, ma non sbeffeggiante dall’altro, è quello che ha per protagonisti Elio Vittorini e l’allora segretario del P.C.I. Palmiro Togliatti. Quest’ultimo ribadiva uno strettissimo legame tra cultura e politica, pur subducendo la prima alla seconda. Vittorini, che all’epoca dirigeva il Politecnico giornale versatile e poliedrico, che spaziava dalla letteratura alla politica, saltò su come uno spillo e inviò una lunga lettera a Togliatti.

In questa lettera Vittorini si spogliava e si metteva a nudo schiudendosi ad ostrica nell’incipit, tagliente e penetrante:

Quando mi sono iscritto non avevo ancora avuto l’opportunità di leggere una sola opera di Marx, o di Lenin, o di Stalin. Debbo dirti a questo proposito, perché tutto sia il più possibile chiaro anche sul conto di Politecnico e sulla sua posizione culturale, che io sono esattamente l’opposto di quello che in Italia s’intende per «uomo di cultura». Io non ho studi universitari. Non ho nemmeno studi liceali. Potrei quasi dire che non ho affatto studi. Non so il greco. Non so il latino. Entrambi i miei nonni erano operai; e mio padre, ferroviere, ebbe i mezzi per farmi appena frequentare le scuole che un tempo si chiamavano tecniche.

Arte, cultura e potere: la potenza politica dell'arte da Platone a Vittorini
Il 3 maggio 1808 (anche conosciuto come El tres de mayo de 1808 en Madrid o Los fusilamientos de la montaña del Príncipe Pío o Los fusilamientos del tres de mayo), Francisco Goya, 1814

La lucida consapevolezza di un intellettuale il cui perno consiste solo ed esclusivamente nell’informazione culturale viene illustrato successivamente, non meno arditamente si dilunga sull’ispirazione suscitata dalle opere di Marx e Gramsci, che costituiscono la sua ossatura politica; tuttavia ci tiene a precisare che non fa parte dell’uomo di cultura aderire completamente alle direttive del partito; a quest’uomo, impregnato di ideali libertari ed mai sazio del fuoco che alimenta la sua lotta contro qualsiasi tentativo liberticida, non può essere in alcun modo negata la libertà di esprimere istanze differenti da quelle del partito:

È a questo ch’io mi sono opposto e mi oppongo: questa inclinazione a portare sul campo culturale, travestite da giudizi culturali, delle ostilità politiche e delle considerazioni d’uso politico, col lodevole intento, evidentemente, di rendere più spiccio il compito della politica, ma col risultato di alterare i rapporti tra cultura e politica a danno, in definitiva, di entrambe. Servirsi di una menzogna culturale equivale a servirsi d’un atto di forza, e si traduce in oscurantismo. Non è partecipare alla battaglia culturale e portare più avanti, con le proprie ragioni, la cultura, e portarsi più avanti nella cultura: trasformare e trasformarsi. È voler raggiungere dentro la cultura un effetto o un altro restando al di fuori dei suoi problemi. È agire sulla cultura; non già agire in essa. Oscurantismo, ho detto. E produce quello che l’oscurantismo produce: insincerità, aridità, mancanza di vita, abbassamento di livello, arcadia, infine arresto assoluto.

L’alterco tra i due può essere ripreso alla luce dell’arte intesa come produzione figurativa, la quale non deve essere in alcun modo implicata in dispute istituzionali, poiché essa esula completamente dagli schemi e dalle manipolazioni politiche a cui siamo – purtroppo – abituati e, colpevoli di aver subito passivamente l’invasione dell’abitudine nelle nostre esistenze, nelle quali navighiamo costantemente nel rischio di affogare.

Dovremmo riflettere di più circa l’intrinseca potentia ed enargeia (quella di cui parlava Aristotele, riferendosi a quelle opere d’arte la cui efficacia si percepiva ogniqualvolta queste davano un’impressione di vitalità e presenza) dei manufatti artistici, e del loro vigoroso ascendente culturale.

Maria Vittoria Giardinelli per MIfacciodiCultura

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