10 febbraio 1986, il Maxiprocesso di Palermo e l’aula bunker

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Partendo dal presupposto che la mafia purtroppo in Italia costituisce un pezzo di Storia, e considerato che – secondo le parole di Giovanni Falcone – «la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine», ci sono delle date che hanno contraddistinto la sua lotta che certo non si possono ignorare. Infatti, era il 10 febbraio 1986 quando prendeva avvio il cosiddetto Maxiprocesso di Palermo, il pool antimafia, quasi senza precedenti, che in virtù della parola Giustizia fu condotto da professionisti e coraggiosi uomini al servizio dello Stato e della verità. Non si può non citare all’inizio di questo percorso il consigliere istruttorio Rocco Chinnici, che fu il primo a pensare all’organizzazione di un gruppo di giudici istruttori presso il Tribunale di Palermo. Purtroppo, lo stesso Chinnici rimase vittima di Cosa Nostra in un attentato del 29 luglio 1983, e così la sua intenzione fu raccolta da Antonio Caponnetto, che costituì il pool antimafia formato da Falcone, Borsellino, Di Lello e Guarnotta, con la coadiuvazione di Giuseppe Ayala, sostituto procuratore.

Immaginiamo l’aula bunker gremita. Imputati, avvocati e giornalisti da ogni parte del mondo. Un’aula costruita in pochi mesi all’interno del carcere dell’Ucciardone (con sistemi di protezione tali anche da resistere ad attacchi missilistici e sistemi di archiviazioni avanzati per registrare tutti gli atti dei processi) per ospitare, appunto, quello che sarebbe stato il Maxiprocesso, dato che mai nessun’altra aula del Tribunale di Palermo avrebbe potuto contenere un evento giudiziario dalla portata simile. Ma perché quel 10 febbraio è stato maxi? Ecco quali furono i numeri, ad esempio: 349 udienze, 1314 interrogatori, 475 imputati, 19 ergastoli inflitti, 327 condanne, 2665 anni di reclusione. L’aula bunker fu questo e molto altro, perché sicuramente segnò un’epoca, la storia di Palermo e della Sicilia, e non solo. È stata vicenda di sentenze e di morti, di ingiustizie e sopraffazioni, di protezione e di infiltrazioni.

Gli anni Ottanta per la Sicilia furono sangue: la seconda guerra di mafia che opponeva il clan dei Corleonesi a quello di Bontate e Badalamenti colpì fino alla morte personaggi di spicco delle istituzioni che difendevano gli interessi del Paese e del senso civico. Il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, il commissario Boris Giuliano, il giornalista Mario Francese, il procuratore Gaetano Costa e il presidente della Regione Piersanti Mattarella. Il pool antimafia, innanzitutto, è dedicato a loro. Per continuare l’opera di ricerca di giustizia e verità che questi avevano iniziato per combattere la criminalità mafiosa. Il processo di primo grado terminò il 16 dicembre 1987, mentre fu del 30 gennaio 1992 la sentenza definitiva della Corte di Cassazione, che confermò quasi la totalità delle condanne espresse in precedenza a Cosa Nostra. Le svolte del Maxiprocesso si verificarono grazie alle rivelazioni fondamentali di alcuni pentiti come Tommaso Buscetta, il quale raccontò sotto una nuova luce l’organizzazione di Cosa Nostra, offrendo diverse chiavi di lettura ai fatti mafiosi, utili specialmente a comprendere il fenomeno dal suo interno.

Dunque, una data come quella del 10 febbraio di trentatré anni fa non si deve lasciare nel cassetto anche solo per questa ragione: come dichiarò a posteriori Ayala, in quel frangente ci fu tutto quello che c’era da sapere sulla mafia. E finalmente la viva testimonianza dello Stato che si impegnava in prima linea contro la criminalità. Anche se ancora oggi sappiamo che non ce ne sarà mai abbastanza.

Francesca Bertuglia per MIfacciodiCultura

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