La donna elettrica di Erlingsson: un collettivo bisogno d’ispirazione

Benedikt Erlingsson porta l'Islanda agli Oscar del cinema

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Halla dirige un coro. Halla è un’ecologista. Halla è una donna single e ha una sorella gemella.

Halla è femmina, come la sua terra. La terra che cerca di salvare. Quale? L’infinita Islanda.

Da cosa? Dagli accordi internazionali che ne prevedono lo sfruttamento e la devastazione da parte di alcune multinazionali siderurgiche cinesi. Accordi e multinazionali che Halla cerca di sabotare attraverso una serie di attacchi eco-terroristici. Halla agisce, corre, dalla prima scena del film, nelle distese verde Islanda, fatica e come una vera eroina colpisce l’enorme nemico che ha deciso di affrontare, lasciandosi guidare da due grandi ritratti appesi nel suo seminterrato: Nelson Mandela e Mahatma Gandhi.

E’, così, l’Islanda lo sfondo di questa storia così tanto apprezzata nella Settimana della Critica del Festival di Cannes. Una terra piccola, ristretta in una dimensione tutta sua ma anche estesa, incontaminata e che è davvero capace di mostrare al pubblico il complicato e contraddittorio rapporto uomo-natura. Relazione spesso dimenticata, che da un principio di collaborazione e sopravvivenza finisce per essere negata, in ogni sua parte.

L’Islanda di Benedikt Erlingsson e della sua meravigliosa protagonista Halldóra Geirharðsdóttir è perfetta per racchiudere gli enormi quesiti messi in scena. La battaglia di Halla presto, infatti, si intreccia con una nuova vicenda, improvvisa, quasi dimenticata. Quando, infatti, nel bel mezzo del suo piano, la richiesta di adozione di Halla viene ripresa perché una bambina dall’Ucraina, Nika, la sta aspettando, una nuova battaglia inizia. Quella delle priorità. Madre Terra e Madre Halla si guardano, si ritrovano una di fronte all’altra e si interrogano nel loro inscindibile legame. Una riflessione che non può essere più intima e collettiva allo stesso tempo.

Soggettivo-comune, è solo uno dei binomi che la pellicola affronta. Dai primi attimi, infatti, il regista inscena un parallelismo tra le due protagoniste del suo film: Halla e l’Islanda, appunto. Entrambe lottano, scoprono ad ogni passo il loro destino che è metà fato e metà azione.

E sulle note di una band e il canto di tre coriste ucraine che come un coro greco accompagnano gli attori sul palco, le due protagoniste arrivano al finale, senza indurre gli spettatori a compiere una scelta.

Seguiamo Halla, ne condividiamo i passi, a volte, ma non giudichiamo. I quesiti rimangono moralmente aperti. Forse, semplicemente, Erlingsson ci mostra il nostro mai banale bisogno di ispirazione. Perché la vita è davvero ciò che ci capita mentre siamo impegnati a fare altri programmi, ma ogni battaglia, ogni fase della nostra esistenza deve ritrovare e ritrovarsi in una guida. Ed Hella, davanti a noi, sullo schermo, da sola e insieme alla potente terra islandese, attraversa due momenti diversi: quello del rischio e quello della responsabilità.

Erlingsson ci offre un’interessante soluzione femminile, non estranea all’Islanda di Sigridur Tomassdóttir che con estrema tenacia lottò per non trasformare l’immensa cascata di Gullfoss in una centrale idroelettrica, meritandosi l’appellativo di prima ambientalista d’Islanda.

 

Serena Radaelli per ArtSpecialDay

 

 

 

 

 

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