Rino Gaetano, quello scomodo menestrello della canzone italiana

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«Cerco in tutte le canzoni e in un passero su un ramo uno spunto per la rivoluzione», così cantava Rino Gaetano (Crotone, 29 ottobre 1950 – Roma 2 giugno 1981). Oggi chi rimane cerca ancora questa melodia nelle sue canzoni, vuole riscoprire la sua immagine, la sue idee, la sua voglia di libertà. Gaetano è senza alcun dubbio uno dei cantautori più apprezzati del panorama italiano, forse ancora più adesso visto che ai suoi tempi la critica si fermò soltanto all’apparenza, non andando mai oltre il pagliaccio, che all’apparenza e a un occhio disattento fingeva di essere, che attaccava borghesia e aristocrazia mettendole in ridicolo.

Rino Gaetano la persona seria proprio non la voleva fare, eppure le sue canzoni e le sue ballate (anche quelle più sperimentali) racchiudono messaggi importanti degni del miglior ermetismo e cantautorato di denuncia. Berta filava è solo un esempio di quella finta ironia, che nel suo essere abilmente inserita in una canzonetta leggera da ascoltare in spiaggia porta con sé un significato profondo, che sviscera il compromesso storico tra Aldo Moro, maestro della linguistica confusionisticae Enrico Berlinguer, il santo che brucia sul rogo. E poi canzoni struggenti e appassionanti, che sembrano uscire dalla penna di uno scrittore di fine Ottocento che descrivono il sud, il suo amato sud. Dove «i cavalli galoppano con più rabbia, dove tiri per gioco calci ad una zolla di terra e all’imbrunire seguire la luce di alcune lampare e raggiunta la spiaggia dormire». Rino Gaetano era politicamente scorretto ma socialmente era anche peggio: in fondo si trattava del cantastorie di quel Bel Paese sviscerato in Aida e condannato senza censure in quella «fontana chiara un poco dolce un poco amara». Una persona che si sentiva la sola ad avere un «fratello figlio unico», perché uno normale, uno che addirittura non ha «mai pagato per fare l’amore», mai l’aveva avuto.

Con l’amico Antonello Venditti

La sua carriera, breve ma decisamente intensa, iniziò nella Roma di provincia, quando imbracciò una chitarra e nel 1973 cantò I love you Marianna, pubblicata con lo pseudonimo di Kammamuri’s. L’anno successivo uscì uno dei suoi capolavori: Ingresso libero. Una grande prodotto artistico sì, ma come quasi sempre accade alle grandi opere che si rispettino, non fu capita praticamente da nessuno, non riscuotendo interesse tra le case discografiche e nemmeno tra il pubblico. Ma Rino non smise di crederci, e il successo effettivamente arrivò, ma insieme ad una serie di problemi legati alla convivenza con quel mondo dello spettacolo nel quale non arrivò mai a integrarsi. Dopo Gianna e Ma il cielo è sempre più blu, le TV, le radio e i giornali facevano a gara per averlo, se lo contendevano quasi fosse una macchietta che tutti desideravano sentir esibire. La sua entrata nel mondo della televisione non fu semplice, e fu segnata da diversi episodi imbarazzanti, primo tra tutti la risposta diretta e poco diplomatica che diede a Maurizio Costanzo che lo aveva ripetutamente stuzzicato davanti a Susanna Agnelli.

Nelle sue canzoni non salvò nessuno, ma proprio nessuno: funzionari corrotti, burocrati sottomessi, colleghi cantautori, industriali. Il 2 giugno 1981, quando restò vittima di un incidente, ben cinque ospedali si rifiutarono di ricoverarlo perché senza posti liberi. Si spense  per la strada, quella strada che con tanto ardore e con forza aveva vissuto. Mentre il sole stava per nascere, un’anima ribelle e fragile andava via, alle sei di mattino, in un’auto.

C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio! Io non li temo.
Non ci riusciranno, sento che, in futuro le mie canzoni
saranno cantate dalle prossime generazioni. Che, grazie
alla comunicazione di massa capiranno che cosa voglio dire
questa sera. Capiranno e apriranno gli occhi, anziché averli pieni di sale.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

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