Giuseppe Ungaretti: il poeta della parola, l’uomo e il soldato della speranza

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Giuseppe Ungaretti: il poeta della parola, l’uomo e il soldato della speranza

Giuseppe Ungaretti«Sono stato un uomo della speranza; anzi, il soldato della speranza»: così si definì lo stesso Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto, 8 febbraio 1888 – Milano, 1° giugno 1970) nel giorno del suo ottantesimo compleanno. Uomo di grande spirito, Ungaretti  fece della poesia pura e portatrice di speranza – anche di fronte al dolore più insensato come quello della guerra – il proprio vessillo, e del poeta una sorta di missione.

Nato ad Alessandria d’Egitto da genitori lucchesi emigrati per lavoro, resta orfano di padre all’età di due anni. Riceve, comunque, una discreta educazione frequentando l’Ecole Suisse Jacot, trasferendosi successivamente a Parigi. Qui, dal 1912 al 1914, frequenta la Sorbona ed entra in contatto con l’ambiente intellettuale dell’epoca.

Tante sono le influenze che subisce durante il periodo parigino: Apollinaire, Palazzeschi, Picasso, Modigliani, De Chirico. Legge la filosofia intuizionistica di Bergson, il simbolismo di Valery, si avvicina ai poeti del crepuscolarismo e del futurismo, ha diversi scambi epistolari con personalità influenti dal punto di vista artistico-letterario.

Giunto in Italia, pubblica le sue prime poesie sulla rivista d’indirizzo futurista Lacerba. Per la sua prima vera raccolta, Il porto sepolto, dobbiamo aspettare il 1916, quando grazie all’amico Ettore Serra, verranno distribuite le prime poche copie delle poesie scritte durante gli anni al fronte. Queste opere andranno poi a confluire nella successiva raccolta Allegria di naufragi del 1919, ripubblicata nel 1923 con il solo titolo di Allegria.

Gli anni al fronte per Giuseppe Ungaretti furono molto intensi. Arruolatosi volontario, combatterà fino al ’18. L’esperienza della guerra, il mistero e la tragicità della morte e del dolore, influenzeranno molto la sua poetica.
Di fronte a certi eventi la poesia si fa scarna, cruda, solo un’approssimazione, e l’arduo compito del poeta diventa quello di scavare dentro le parole, di trovarle nei silenzi tra un verso e l’altro, nella disperazione dell’incomunicabilità. È l’alone che circonda la poesia, è una nuova sintassi depositaria e veicolo di potenza evocativa. Come scrive Giuseppe Ungaretti in Eterno: 

Tra un fiore colto e l’altro donato/

l’inesprimibile nulla

L’inesprimibile si può cogliere solo con una poetica intuitiva, a-razionale, che rompe con la tradizione e si muove sui binari della poesia d’avanguardia. Il verso si disgrega, lo stile si “piega”: è tutto improntato a far emergere la potenza della singola parola, la cura con cui viene scelta, il perché. Ogni verso sa avere l’incisività di un pugno dritto in faccia, ogni parola l’urgenza, la frenesia delle emozioni. Il motivo biografico di queste prime raccolte porta con sé una sorta di religione della parola, una fenomenologia del sentimento.

Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso.

Negli anni successivi alle prime raccolte, Ungaretti viaggia molto, sposa Jeanne Dupoix, si converte al cattolicesimo e affronta il lutto per la morte della madre.

Sono anche questi anni intensi che portano alla nascita della raccolta Sentimento del tempo, pubblicata nel 1933, dove ritorna una poetica più classica.  Non c’è la stessa forza lapidaria dell’Allegria, ma rimane l’importanza e la cura della parola, ora a servizio del tempo interiore. Qui, infatti, con la Città Eterna come scenario, Ungaretti viaggia tra le inquietudini umane, tra la paura e l’attesa della morte.

Nel 1947 pubblica Il dolore, poi, successivamente, La terra promessa (1950), Un grido e paesaggi (1952), I taccuini del vecchio (1960).

Ma è la raccolta del ’47 ad essere quella più amata dal poeta stesso.

So che cosa significhi la morte, lo sapevo anche prima; ma allora, quando mi è stata strappata la parte migliore di me, la esperimento in me, da quel momento, la morte. Il dolore è il libro che più amo, il libro che ho scritto negli anni orribili, stretto alla gola. Se ne parlassi mi parrebbe d’essere impudico. Quel dolore non finirà più di straziarmi.

Siamo di fronte ad un’opera piena d’amore, oltre il dolore per la morte del fratello e del figlio, e la rabbia verso lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ma soprattutto un’opera di profonda speranza, della quale egli si fa soldato in Giorno per Giorno:

Ho in me raccolto e a poco a poco e chiuso / Lo slancio muto della tua speranza. / Sono per te l’aurora e intatto giorno.

Nei versi di Giuseppe Ungaretti il dolore personale e la sua speranza nel futuro diventano il dolore del mondo trafitto dalla guerra, la speranza nell’uomo. E la vita del poeta diventa la vita di tutti, lo strumento e il modo per capire e comunicare questo grande mistero.

Lì, nel porto sepolto, nel calderone dei sentimenti, «Vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti / e li disperde». E Ungaretti è il poeta che affonda le unghie e i denti nella carne, senza paura di sporcarsi, e ne riemerge con una parola limpida.

Alessia Aiello per MIfacciodiCultura

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