Beatrice Cenci: parricidio, processo e tragico epilogo di una nobildonna del Cinquecento

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Guido Reni, Ritratto di Beatrice Cenci

La mattina del 9 settembre 1598 Francesco Cenci viene rinvenuto morto nell’orto antistante la fortezza di Petrello Salto, località tra Rieti ed Avezzano, dove il nobile romano si era recentemente stabilito assieme ai familiari. Le prime ipotesi contemplano l’incidentalità del fatto: Francesco, sportosi incautamente dal parapetto, sarebbe precipitato da un’altezza tale da rendere la sua caduta fatale. Vengono celebrati frettolosamente i funerali e la famiglia decide di lasciare immediatamente la residenza a quel tempo sotto l’influenza del Regno di Napoli, per far presto rientro nella capitale pontificia, città di provenienza dei Cenci. È forse l’ostentata indifferenza dei figli e della seconda moglie Lucrezia a muovere i primi sospetti attorno alla vicenda. Un delitto malauguratamente imperfetto quello che vede come protagonista la nobildonna Beatrice Cenci, figlia di Francesco, raccontata e dipinta nelle vesti di eroina popolare dalle sensibilità del tempo e dalle generazioni successive, ancora oggi ricordata quale emblema della lotta contro i soprusi e le violenze perpetrati ai danni delle donne.

Beatrice nasce a Roma il 6 febbraio 1577: orfana di madre, tale Ersilia Santacroce, trascorre la sua infanzia nel Monastero di Santa Croce a Montecitorio, affidata alle cure delle monache francescane dal padre inquieto. Ormai adolescente fa ritorno alla residenza paterna, un palazzo nobiliare situato di fronte all’isola Tiberina, non distante dal vecchio ghetto. Diventa subito testimone e vittima di una situazione familiare avvilente. Il padre, uomo instabile e violento, si rivela parsimonioso fino al parossismo costringendo i figli alla degenza, nonostante la fama di ricchezza che aleggiava attorno al nome della casata nobiliare. Assillato dai debiti e continuamente chiamato a dover rispondere dei suoi comportamenti di discutibile moralità davanti alla comunità e ai giudici, da “buon” pater familias opta per lasciare il caos della mondanità romana per rifugiarsi lontano dai creditori nella Rocca di famiglia. Qui costringe Lucrezia, sua seconda moglie, e la figlia Beatrice a vivere da recluse in un castello, sorvegliate da servi e lontane da qualsiasi contatto sociale. Questo perché li Cenci, a causa della sua indole avara, voleva assolutamente evitare che la figlia trovasse marito, così da non vedersi costretto al versamento di una dote adeguata.

La lapide che ricorda il luogo di prigionia di Beatrice Cenci

Beatrice vive la situazione di esilio forzato come una terribile condanna. Vittima delle violenze, anche sessuali, del padre, delle sue abitudini controverse e perverse, raggiunge l’esasperazione. Da questa condizione insostenibile matura il proposito di salvarsi ricorrendo all’omicidio. Inizia a tramare, a cercare collaboratori e complici, tra cui il fratello Giacomo, la matrigna e due servitori (Olimpio Calvetti e Marzio Fioran). I suoi primi tentativi si rivelano fallimentari. Giunge a vagliare l’ultima opzione, forse una delle più cruente che la sua mente potesse partorire: i congiurati uccidono il padre drogato d’oppio nel sonno, a martellate, sul letto su cui si era coricato ignaro del suo fatale destino.

Nel tentativo di celare l’omicidio, Beatrice Cenci convince i suoi complici a simulare un incidente o un atto di suicidio. Il cadavere viene gettato dalla balaustra, le lenzuola insanguinate affidate alla lavandaia, forse con la scusa che si fossero macchiate di sangue mestruale. Una serie di circostanze che non convince gli “inquirenti” napoletani, che decidono di riesumare il corpo. Le ferite alla testa confermano i sospetti e la vicenda si rivela più intricata agli occhi dei commissari.

Al caso di presunto omicidio si interessa prontamente anche il pontefice del tempo, Clemente VIII, conosciuto più per la sua indole venale che per le sue inclinazioni di carattere spirituale, dunque non indifferente alla prospettiva di mettere le mani sulle proprietà del defunto. Egli reclama il diritto di indagine sulla vicenda essendo la famiglia di nobili origini romane e quindi gli indiziati vengono sottoposti al giudizio dei tribunali papali. I due servitori cedono alle prime minacce confessando ogni cosa. Il fratello e la matrigna, dopo le prime resistenze, si arrendono alle torture. Beatrice è l’ultima a cadere. Fino alla fine ferma, risoluta, non dà segni di cedimento di fronte all’autorità: continua a negare fino a quando, stremata dalle torture, finirà per cedere e confessarsi colpevole del parricidio.

Il patibolo

All’alba dell’11 settembre 1599, nei pressi di Castel Sant’Angelo, la piazza gremita attende l’esecuzione. L’antica nobiltà della famiglia viene umiliata sul patibolo. La prima ad essere giustiziata è Lucrezia, seguita da Beatrice, per ultimo Giacomo, cui spetta una fine a dir poco atroce. I corpi vengono raccolti per la sepoltura. La tomba di Beatrice non porta iscrizione, com’era la legge per i congiurati. Questo non impedì che attorno alla sua figura si formasse una leggenda ed un mito che ancora oggi smuove le coscienze e fa riflettere sull’eccezionalità di tale figura: una giovane donna di 22 anni, costretta a ricorrere a misure estreme per combattere i soprusi, che si ritrova vittima di un padre perverso e di una giustizia secondo cui poco contano i racconti terrificanti di una donna violentata. Un tragico epilogo come ispirazione per le arti e le letterature, capaci, sopra ogni altra forma di trattazione dei fatti, di riscattare le sorti della martire laica d’età moderna. Ad assistere all’esecuzione infatti ci sono Caravaggio ed Orazio Gentileschi in compagnia della figlia Artemisia: Caravaggio pare si ispirerà a questi cruenti fatti per la sua meravigliosa opera Giuditta e Oloferne del 1602, soggetto ripreso qualche anno più tardi anche da Artemisia Gentileschi.

Deborah Gressani per MIfacciodiCultura

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