Il cuore trafitto: storia dell’iconografia tra sacro, profano, arte e moda

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Il cuore trafitto: storia dell'iconografia tra sacro, profano, arte e moda
Gian Lorenzo Bernini, Transverberazione di santa Teresa d’Avila (1652)

«Solo il tuo cuore appassionato e niente più» scriveva Federico Garcia Lorca nella poesia Desiderio. Il cuore trafitto è emblema dell’amore e della purezza, rappresentazione di affetto e di vita pulsante, ma anche simbolo esoterico e spirituale di sofferenza, creazione e morte. Il cuore trafitto è divino ma anche estremamente umano, espressione di luce e salvezza e della caducità del ciclo vitale.

Dal 1400 fa la sua comparsa nelle miniature dell’effigie di San Agostino di Ippona, teologo e dottore della Chiesa, rappresentato mentre impugna, con la mano destra, il proprio cuore fiammeggiante e ardente, simbolo di sapienza divina e di amore incondizionato verso Dio e la Chiesa, che ha difeso con le sue parole ed i suoi scritti. Il cuore trafitto diverrà, in seguito, anche lo stemma dell’Ordine Agostiniano.
Dal 1600, in ambito cristiano, il sacro cuore diventa oggetto di speciale devozione, soprattutto in chiave anti-protestante. Le due iconografie più importanti sono quella del cuore sacro di Gesù, trafitto dalle spine, e quella della Madonna Addolorata, vestita a lutto, mentre piange la morte del Figlio, con il cuore coronato di spine di rosa e trafitto da sette spade, come i sette dolori che richiamano, oltre la sofferenza, l’ardente amore divino.

Frida Kahlo, Le due Frida (1939)

In Europa, specialmente in Italia ed in Spagna, dove il culto è ancora vivo, iniziano a sorgere chiese e formarsi congregazioni legate, in particolare, alla Settimana Santa.

Nel 1673 la giovane monaca Margherita Maria Alacoque rivela di aver avuto un’apparizione, il Sacro Cuore di Gesù circondato da fiamme e «da una corona di spine e sormontata da una croce». È questo il momento in cui il cuore diventa anche espressione di devozione popolare, adottato come vessillo di venerazione contro le nascenti filosofie illuministe e moderne. Un altro esempio è L’estasi di Santa Teresa d’Avila, capolavoro indiscusso di Gian Lorenzo Bernini, realizzato tra il 1647 ed il 1652 e conservato nella Chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma. In una sontuosa scenografia quasi teatrale, il cuore della Santa sta per essere trafitto da un dardo, scagliato da un serafino, simbolo dell’Amore di Dio, dallo sguardo ammaliante.
Le braccia di Teresa, così come le gambe, si abbandonano per l’estasi mistica, così come descritto nell’Autobiografia:

Un giorno mi apparve un angelo bello oltre ogni misura. Vidi nella sua mano una lunga lancia alla cui estremità sembrava esserci una punta di fuoco. Questa parve colpirmi più volte nel cuore, tanto da penetrare dentro di me.

Sfilata Dolce&Gabbana

Trafitto, ardente e spezzato, sacro ma anche profano. Frida Khalo nell’opera Le due Frida del 1939 sdoppia il suo cuore e la sua persona. A destra la donna amata dall’artista messicano Diego Rivera, abbigliata con il vestito tipico della tradizione messicana, a sinistra la Frida europea, con il cuore non più pulsante di passione, ma con la vena recisa dalle forbici. Le due Frida ed i due cuori sono collegati tra loro, vivono perché sdoppiati, tormentati, doloranti, innamorati. Come la vita di Frida, eroina moderna che fino all’ultimo gridava «Viva la vida».

Dall’arte alla moda. Gli stilisti Dolce&Gabbana ne hanno fatto la loro icona. Da sempre sensibili al tema della sicilianità e delle tradizioni, usano il prezioso dettaglio del cuore trafitto da raggi come citazione religiosa e spirituale. Un esempio sono le applicazioni glitterate sugli sneakers, su occhiali e sontuosi abiti o la vistosa corona mostrata nella sfilata di Palermo di luglio 2017 perché l’amore è bellezza.

Danne ancora al mio cuore… Il mio cuore! È morto mille volte almeno, il mio cuore. Ha vissuto addirittura morendo, covando la morte in sé, se l’è tenuta attaccata, ben stretta, senza distinguerla, ed è morto cento volte al giorno. E’ la vita… ma è certo, non si muore tutte le mattine, si muore una volta sola. 

Vinicio Capossela

Valentina Certo per MIfacciodiCultura

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