Donne e filosofia, il pensiero dimenticato

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Ricordare gli anni liceali spesi su quell’affascinante e multiforme disciplina che è la filosofia significa imbattersi in un mondo prettamente maschile. È una sensazione curiosa, che il più delle volte cogliamo a posteriori. Non ci facciamo caso quando scorriamo le pagine del manuale, passando da un pensatore all’altro. Ma forse è una sensazione pregiudicata dall’appartenenza di genere, quindi meglio lasciare il beneficio del dubbio.

Santippe

Pensatori appunto, come se la storia universale delle idee dipendesse dal genio di un sesso scelto. All’uomo la ragione, la pazienza del saggio su un cammino lastricato di domande, mentre alla donna l’intuito, l’emotività che semplicemente esiste. Dunque in questa storia, che si sa è inevitabilmente narrazione di qualcuno, che ruolo occupa la donna? Una delle prime massime la dobbiamo a Socrate, riferita al turbolento rapporto con la moglie Santippe: «Prendi una brava moglie e sarai felice. Altrimenti sarai buon filosofo». Tra il serio e il faceto, emerge un ritratto poco lusinghiero su cui (più o meno volontariamente) si costruirà un archetipo femminile. Aristotele ne ha sancito l’inferiorità naturale rispetto all’uomo, in quanto ella mancherebbe di una razionalità compiuta e della capacità seminale. Un “maschio sterile”  e sottomesso che pertanto non può di certo aspirare alle vette della sophìa, il sapere.

Eppure, secondo la testimonianza di Giamblico, la scuola pitagorica incluse delle seguaci. Tra queste, Aspasia di Mileto, amante di Pericle e figura centrale per la vita culturale ateniese del 5° secolo, e la sacerdotessa Diotima, che avrebbe insegnato la teoria dell’eros allo stesso Socrate, come ricorda nel Simposio.

Ipazia

La più importante pensatrice che l’antichità ci consegna è probabilmente Ipazia. Fuse le sue anime di neoplatonica e matematica ma sostenne la reciproca autonomia di filosofia e religione, il che provocò le ire di alcuni gruppi cristiani fanatici che la eliminarono. Ad ogni modo, lo stereotipo aristotelico resiste e viene fedelmente riprodotto e codificato nel diritto romano e nella scolastica. Non solo per affermare il potere assoluto del padre di famiglia ma anche per riconoscere unicamente al maschio la propria discendenza da Dio, a sua immagine e somiglianza.

Eppure anche stavolta si può ravvisare una singolarità: Plotina, moglie dell’imperatore Traiano (53 – 117 d.C.) e sostenitrice della scuola epicurea

Sorvolando l’epoca moderna, sarebbe interessante soffermarsi sul rapporto epistolare tra un gigante della filosofia come Cartesio e Elisabetta, principessa del Palatinato che non si convinse circa la dicotomia anima e corpo. Segnale di un senso critico che, per onorare il valore metodologico del dubbio, non si arresta nemmeno di fronte al suo teorico.

Mary Astell

Solo il menzionare queste figure sconvolge il panorama filosofico a cui la scuola ci ha abituati. Quello cioè in cui troviamo donne riconosciute in quanto intellettuali che parlano di una condizione tesa tra la schiavitù domestica e l’emancipazione. Infatti, per esempio, i nomi di Simone Weil e Simone de Beauvoir ci suonano già più familiari. Ma non quello di Mary Astell, vissuta nel Seicento, nonostante il suo attivismo femminista ante litteram. Il suo impegno mise in luce la realtà coercitiva del matrimonio nell’Inghilterra protestante, alimentata dalla paura di passare una vita da zitelle indesiderate. Ritagliarsi uno spazio autonomo diventa l’obiettivo primario e l’istruzione ne è il fondamento. Tuttavia il femminismo rischia di diventare un’etichetta riduttiva che nasconde la portata di altre riflessioni in altri campi. Come la guerra dell’epica greca, dove virtù e forza sono in balia degli dei, che secondo Weil si prolunga nella visione evangelica della miseria umana e della Grazia. Oppure l’analisi della vecchiaia nella cultura occidentale secondo de Beavouir: un fenomeno di cui vergognarsi e su cui tacere, perché inadeguato agli stili di produzione e consumo.

Invece, imbattersi in Hannah Arendt a fine liceo ha il sapore di un’eccezione al canone maschile. I suoi studi sul Nazismo e sul male da esso generato, il quale per diffondersi non ha bisogno di grandi mostri ma di mediocri impiegati con un senso di responsabilità anestetizzato, l’hanno lanciata sulla scena mondiale. Ergo nei manuali di filosofia. Il fatto che si manifesti come un’eccezione dovrebbe farci riflettere sul pensiero dimenticato di tante protagoniste nella storia delle idee.

Luca Volpi per MIfacciodiCultura

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