Stefan Zweig: lo sconosciuto conoscitore delle paure umane

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Mai sentito parlare di Stefan Zweig? Molto probabilmente no, eppure fu uno degli autori più tradotti della sua epoca. Scrittore viennese (Vienna, 28 novembre 1881 – Petrópolis, 23 febbraio 1942) oggi praticamente sconosciuto e introvabile, è stato invece prolifico e ricco, spaziando dalla poesia, ispirata a Rainer Maria Rilke, alle prosa di romanzi e novelle, dalle opere teatrali alle biografie storiche letterarie. Da buon conoscitore, nonché amico personale, di Sigmund Freud la sua caratteristica è senza dubbio la capacità inquisitoria di scandagliare l’animo umano, di raggiungerne le profondità più remote, in un gioco perverso all’inseguimento dell’emozione più minuta e apparentemente insignificante. I suoi personaggi sono sempre colti in un momento fatale e critico, sono letteralmente sulla soglia di un cambiamento, di una scoperta che cambierà per sempre la loro esistenza e Zweig sa descrivere alla perfezione il momento in cui la linea che pareva retta si spezza e cambia direzione, aprendo uno squarcio nell’anima del personaggio. Da quella frattura lo spettatore è invitato a guardare dentro al cuore dei protagonisti, che non si possono scansare, ma rimangono nudi e scoprono emozioni nuove persino a loro stessi. In questo senso è magistrale il caso di Irene in Paura del 1920. La donna, anonima borghese della Vienna di fine Ottocento, potrebbe vivere un’esistenza agiata e tranquilla al fianco del ricco marito penalista, ma decide che non le può bastare. Si trova così un amante, più per noia e necessità che per desiderio e amore verso il giovane. Da quel momento la sua vita comincia ad essere abitata da una nuova sensazione, una creatura tentacolare e priva della capacità di perdono: si tratta della paura. Non a caso il temine compare fin dalla prima riga del romanzo:

Quando la signora Irene uscì dall’appartamento del suo amante per scendere le scale, tutt’a un tratto tornò ad impadronirsi di lei quell’assurda paura.

Stefan Zweig

È un brivido gelido che la scuote nel profondo, ma non è una sensazione che le dà forza come nei romanzi del romanticismo, in cui la protagonista viene finalmente destata dal suo sonno metaforico dalla potenza del tanto decantato vero amore. Qui l’amore non esiste, il suo posto è preso da un’emozione negativa che intorpidisce e blocca, rende la donna pesante nel camminare e nel pensare, persino sorda alle parole dolci dell’amante.

Fin dalle prime pagine di quella che potremmo definire una novella lunga Irene viene presentata come un personaggio in continua fuga: si lancia giù dalle scale di quella casa, scappando da sé stessa e dagli altri. È un animale crudele ma indifeso che ha scelto personalmente il proprio destino di vittima e carnefice, un po’ come tutti noi. Proprio quando arriva al portone e può finalmente dileguarsi libera per le vie della città una donna la blocca. È la moglie del suo amante, sa tutto della loro relazione e comincia a ricattarla. Ora la protagonista ha realmente qualcuno da cui fuggire, una persona in carne ed ossa. Si può dire che la paura stessa si sia incarnata in questa figura maligna, senza pietà, mossa a sua volta non dall’amore per il marito fedifrago, ma dalla necessità di arricchirsi. Paura e necessità sono quindi le parole chiave che guidano le azioni dei personaggi.

Una scena del film di Rossellini “La Paura”, trasposizione cinematografica della novella di Zweig

A questo punto del romanzo Irene comincia ad essere inseguita e pedinata anche da Zweig che non le concede tregua, la segue di giorno per il labirinto di strade sempre più intricate e vuote, di notte per il dedalo dei sogni meno confessabili. La guarda con l’occhio del marito che sembra sospettare qualcosa e diventa a sua volta un giudice pronto a cogliere anche il minimo passo falso. Irene si trova così circondata, non sa più dove guardare per trovare pace, si muove febbrilmente tra la casa e il quartiere, tra le feste e le occasioni mondane, ma non può trovare conforto perché ha perso se stessa. Non è più in grado di ragionare, di vedere, in una parola di vivere. Soffre per la perenne paura di essere inevitabilmente scoperta, anche se la pena in fondo sarebbe catartica. Non riesce a confessare la sua colpa perché spera ancora di farla franca. La paura prende così la forma di un’emozione sublime e si configura come un’ansia che attanaglia lo stomaco in un grumo sempre più grande di emozioni negative, che la soffocano e la pregano di espellerle.

Ma qual è il prezzo da pagare? Zweig ci risponde con un finale inaspettato, dove le parti si rovesciano all’improvviso, lasciando al lettore l’occasione di destarsi dall’incubo e di riprendere a respirare.

Erica Beccalossi per MIfacciodiCultura

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