Edgar Allan Poe: «E tutto quel che ho amato, da solo io l’ho amato»

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Edgar Allan Poe: «E tutto quel che ho amato, da solo io l’ho amato»

Ogni 19 gennaio dal 1949 al 2009 una figura misteriosa mai riconosciuta ha voluto omaggiare, posando tre rose rosse ed un bicchiere di Cognac sulla lapide, la nascita di quello scrittore che ha contribuito a cambiare per sempre la percezione della realtà e dell’immaginazione: Edgar Allan Poe (Boston, 19 gennaio 1809 – Baltimora, 7 ottobre 1849).
La sua fu una vita dissoluta, dove la gloria fu sfiorata, accarezzata diverse volte ma mai conquistata del tutto, dove fu sovente la caduta in differenti vizi ma caratterizzata dalla bellezza celestiale dei versi in prosa ed in poesia.

Nell’immaginario comune, è considerato come il classico poeta maledetto o genio folle, ma Poe non fu solo questo, fu molto di più: un genio tutti gli effetti, un uomo che mediante l’inchiostro riuscì a dar voce alla sua sofferenza ed alla sua malinconia generando bellezza.
Baudelaire, ovvero colui che iniziò a tradurre le opere dello scrittore di Baltimora, non vide solamente in lui un ottimo profilo da tradurre e far conoscere, ma vide anche se stesso riflesso. Egli  non fu l’unico ad elogiarlo: il poeta Mallarmè ne tradusse la poesia più famosa, Il corvo, mentre per Paul Valery «Poe è l’inventore di profonde e perfidamente sapienti teorie poetiche».

Ma andiamo con ordine: Edgar Allan Poe nasce a Baltimora il 19 gennaio 1809 da genitori non certo amorevoli: entrambe attori, il padre cadde nelle disgrazie del vino. Dato l’impiego dei genitori, fin da piccolo Poe è costretto a girare per diverse città e paesi, facendo nascere così in lui la sindrome del vagabondo, che lo caratterizzerà per tutti la vita. Nel giro di pochi anni rimase orfano, prima morì il padre e subito dopo la madre: furono i primi passi verso quella signora dal manto nero che per sempre siederà a fianco del nostro, senza lasciargli mai un attimo di pace.
Dopo questo duplice lutto, Edgar verrà accolto (mai adottato) dalla famiglia Allan, dal quale decise di prendere il cognome.

È in questo periodo, all’età di vent’anni, che Poe compone alcuni versi che aprono la strada a quel concetto di bellezza che poi si concretizzerà con Baudelaire nei Fiori del male:

Io non riuscivo ad amare che laddove la morte mescolava il suo fiato con quello della bellezza.

Dopo differenti screzi e dopo esser stato espulso dalla West Point in cui si era arruolato, non avendo fissa dimora il poeta decise di tornare a Baltimora dalla zia Clemm. Questo personaggio verrà definito da Baudelaire come “un angelo custode del poeta“, che contribuirà a dar l’affetto e l’amore da sempre cercati. In casa con la zia vi è pure la cugina Virginia, con la quale lo scrittore si sposerà in segreto il 22 settembre 1835 poiché all’epoca la ragazza aveva solo 13 anni, e con la quale passò forse gli unici attimi di felicità e di amore.
Questi sono anche gli anni di maggior produttività, poiché non solo genera una nuova tipologia di romanzo creando la figura di Arthur Gordon Pym, ma successivamente nel 1840 compose la Caduta della casa Usher e William Wilson (quest’ultimo un racconto breve di enorme bellezza a tratti autobiografico, dato che svela il tema del doppio e delle due entità bene e male).

Nel 1841, Poe iniziò a scrivere per la testata Gift, sulla quale pubblicò a puntate Eleonora: ecco il meraviglioso incipit

Gli uomini mi hanno chiamato pazzo; ma nessuno ancora ha potuto stabilire se la pazzia è o non è una suprema forma d’intelligenza.

Oltre a questo racconto scrisse La maschera della morte rossa, un racconto di una bellezza rara, dove l’immaginario immenso dell’autore si esibisce su un palcoscenico di terrore.

Il 29 gennaio 1845 viene alla luce una delle creazioni letterarie più belle di sempre, Il Corvo. La poesia genera scompiglio, la sua musicalità e la sua bellezza entrano nei salotti di tutta l’Inghilterra, l’America e successivamente la Francia. Il grande Gustave Doré dopo essersi innamorato del componimento, lo tradurrà in immagini.
In questa poesia si ritrovano differenti elementi: partendo dall’ambiente si può captare la solitudine del personaggio che si trova solo nel suo salotto in preda all’alcol, mentre continua a rimuginare sul ricordo della sua amata Eleonora: ancora una volta il tema di una donna persa che abbandona il proprio uomo. Ad un tratto questa solitudine è interrotta dal bussare alla porta di un uccello nero, un corvo avente come occhi quelli di un demone che sogna, che inspiegabilmente si siede sopra al busto di Pallade presente in studio: nasce così un dialogo straziante tra i due.

Poe nella Filosofia della (de)composizione scriverà:

Il piacere più intenso più sublimante e più puro che si ha è quello della contemplazione del bello, e la bellezza suprema è quella che muove alle lacrime, la bellezza intrisa di malinconia. 
Fra tutti gli argomenti melanconici, qual’è, secondo il concetto universale dell’umanità, il più malinconico? «La Morte», fu l’ovvia risposta. «E quando – mi dissi – è più poetico questo argomento, fra tutti il più melanconico?»

La risposta, anche qui, fu ovvia: «quando e più strettamente congiunto alla bellezza, dunque la morte d’una bella donna è, indiscutibilmente, il tema più poetico del mondo».
L’amante prova un folle piacere nel formare le sue domande in modo da avere dall’atteso‚ “mai più” quel dolore che è il più delizioso perché è il più intollerabile.
Una semplice parola, un ritornello che rimbomba nella mente ed uccide il cuore del protagonista il quale da quell’ombra non si alzerà “mai più”.

Edgar Allan Poe: «E tutto quel che ho amato, da solo io l'ho amato»
Virginia

Ma le cose belle si sa, affievoliscono e la vecchia signora è sempre accanto a Poe, tanto che il 30 gennaio del 1847 Virginia muore di tubercolosi lasciando ancora una volta il nostro scrittore privo di amore e costringendolo ad entrare in un vortice di disperazione: questi saranno gli anni in cui le tenebre avvolgeranno Poe, anni caratterizzati da un continuo vagare da un posto ad un altro senza appoggi, affetto e soldi.

Il 3 ottobre 1849 lo scrittore fu trovato delirante per le strade di Baltimora, quindi portato all’ospedale Washington College, dove morì domenica 7 ottobre 1849, alle cinque del mattino. Si dice che Poe abbia ripetutamente invocato il nome “Reynolds” durante la notte precedente al suo decesso, benché non sia chiaro a chi si riferisse. Le sue ultime parole furono «Signore aiuta la mia povera anima».

Come si fa a non amare uno scrittore che fu innanzi tutto realmente uomo, costantemente inseguito dalle tenebre, solo e sofferente, ma con la capacità di estrapolare la bellezza da ogni cosa, trasformandola in versi. Ne è un esempio la poesia Anna belle:

E ne gli angeli in cielo lassù, ne i demoni giù nel fondo del mare,la mia anima dall’anima sua potranno mai separare.

Queste poesie e soprattutto le strazianti lettere scritte da Edgar Allan Poe hanno la capacità di toccare le corde dell’anima, perché racchiudono una bellezza vera e pura in un mare di oscurità.

Gianmaria Turco per MIfacciodiCultura

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