In difesa dell’ Accademia della Crusca: perché le parole definiscono il Mondo e noi stessi

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Fin che i barbari si raccogliessero soltanto là fuori, andrebbe ancora bene: ma come tutti i crolli dei grandi imperi anche il nostro si sta preparando soprattutto dall’interno, e non sono pochi coloro i quali sarebbero pronti a correggere questo incipit con un sonoro «raccoglierebbero», al grido di l’importante è che ci capiamo. Il problema è, appunto, che non ci capiamo e che ci capiamo sempre meno. Tanto che molti, moltissimi sono stati pronti a credere che l’ Accademia della Crusca avesse effettivamente “sdoganato” (ahinoi) alcune espressioni invalse nell’uso pratico della parlata regionale, dialettale e “pratica” (limitatamente agli analfabeti funzionali), dandole per stilemi acquisiti e quindi corretti grammaticalmente.

Nella campagna d’odio epistemologico che stiamo vivendo, una bordata all’Accademia della Crusca è in effetti dell’ordine delle cose, così, tanto per sminuirne un po’ il prestigio e l’autorità: perché ovviamente le orde dei barbari sono state prontissime a credere che l’istituzione italiana più autorevole in campo linguistico avesse finalmente ammesso che locuzioni come “scendi il cane” sono, e sono sempre state, perfettamente corrette dal punto di vista grammaticale. Prevedibile: meno prevedibile e più grave il fatto che molti altri, autonominatisi glottologi, semiologi, filologi e via discorrendo, sapendo coniugare più o meno qualche subordinata, si siano scagliati contro l’ Accademia della Crusca con accuse variegate ma vertenti comunque sul tema dell’incompetenza, dell’errore, della caduta di stile e tono.

In realtà, quello che ha fatto l’Accademia è stato semplicemente un prendere atto (su richiesta specifica) che questi usi linguistici sono ormai endemici rispetto al parlato, che esistono appunto nei linguaggi gergali e dialettali e che non ha senso inalberarsi eccessivamente per questo. Per contro, ha altresì ribadito che se perfino l’uso in modo transitivo di un verbo intransitivo può avere una sua efficacia espressiva nella vulgata nazionalpopolare, è altrettanto vero che in occasioni ufficiali, nello scritto, in qualsiasi circostanza insomma venga richiesto un linguaggio preciso e corretto tutti questi “esci il cane” sono e rimangono scorretti.

Si potrebbe dire che la posizione dell’Accademica della Crusca, una volta fatti gli inutili chiarimenti, è classista? Forse. Quantomeno viene operata una distinzione legata allo status sociale tra quando si può accettare una comunicazione ad sensum e quando invece il livello di precisione richiesto è massimo: potremmo portare miriadi di esempi, ma da seguaci di Ennio Flaiano ce ne esimiamo. Notiamo, invece, che un aspetto gravissimo e beffardo, surreale e paradossale, della questione è che coloro i quali criticano l’ Accademia della Crusca non possiedono, evidentemente, nemmeno le competenze linguistiche per comprendere appieno quanto affermato dall’Accademia stessa, ma questo ovviamente non frena nessuno di essi dal commentare, severamente peraltro. L’effetto Dunning-Kruger in un’applicazione pratica.

Alla fine, rimane un senso di inadeguatezza e di tristezza uniti ad una viva preoccupazione: che sarà di questa tanto nominata cultura italiana quando saranno estinti i sostantivi, e “coso” sarà l’unico termine distopicamente accettato per indicare un gambo di sedano, un bisturi, un cacciavite ed un protosincrotrone? «Le parole erano originariamente incantesimi, e la parola ha conservato ancora oggi molto del suo antico potere magico. Con le parole un uomo può rendere felice un altro o spingerlo alla disperazione, con le parole l’insegnante trasmette il suo sapere agli studenti, con le parole l’oratore trascina l’uditorio con sé e ne determina i giudizi e le decisioni. Le parole suscitano affetti e sono il mezzo generale con cui gli uomini si influenzano reciprocamente» – Sigmund Freud.

Perché tanto odio, quindi, per la correttezza lessicale e sintattica? Non vogliamo ammettere, in questa tensione orgasmica ad una fittizia pariteticità tra la tua cultura e la mia ignoranza, che parlare bene è difficile, specialmente in una lingua articolata, precisa e complessa come l’italiano corrente (si fa per dire). Una parlata corretta, e gradevole, richiede tempo e applicazione per esprimere correttamente quello che si pensa. Le parole danno forma al pensiero: anche qui potremmo portare millanta citazioni a sostegno, ma ci rendiamo conto che nel moment culturale della non percezione della differenza tra semplificazione e depauperamento sarebbe pleonastico (pardon: inutile).

Eppure, proprio hit et nunc (sarebbe bastato dire “qui ed ora”, ma vuoi mettere?) abbiamo un assoluto bisogno di un recupero del contatto con le nostre parole, sperando che non ci abbandonino come quelle del libraio di Selinunte. Un popolo che perde il contatto con la propria lingua, che non l’apprezza e non ne conosce i vocaboli è un popolo perduto ed indifeso. Perché dopo le parole se ne vanno le idee, le quali hanno il limite intrinseco di dover trovare espressione: del resto, l’attacco alla scuola, alla cultura e financo all’ Accademia della Crusca è tutto qui.

Certe parole sembrano possedere un potere magico formidabile.

Migliaia di uomini si son fatti uccidere per parole

di cui non hanno mai compreso il significato,

 e spesso anche per parole che non hanno nessun significato

(Gustave Le Bon)

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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