Fobocrazia, il nuovo modello di governo delle masse si basa sulla paura (ma è poi così nuovo?)

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Ai tempi non lontani di petaloso, tra gli universitari on the road serpeggiò brevemente l’idea che un neologismo fosse, nel corso degli eventi della vita di un linguaggio, un avvenimento epocale. Giustamente, l’interesse per l’insulso aggettivo, ottenuto su basi del tutto erronee per poter pensare ad un suo attecchimento, scemò ben presto, e con esso quello per qualsivoglia forma anche embrionale di linguistica, tornano nel regno felice de L’importante è che ci capiamo. Ma il neologismo è un fenomeno importante, uno di quelli che ci fa capire che la lingua è viva, e con essa le menti pensanti dotati di fame epistemologica, che si interrogano sull’interpretazione della realtà, operazione questa che, a volte, può richiedere la creazione di termini nuovi adatti ad esprimerne le caratteristiche. Ecco quindi il perché dell’interesse che ci risveglia un termine, un neologismo come fobocrazia.

Derivante etimologicamente dal greco ϕόβος, paura, e κράτος, krátos, è sufficientemente intuitivo il significato di “governo della paura”; in sé, nulla di nuovo: potremmo dire addirittura che, come la paura è un’emozione archetipica, così il controllo delle persone attraverso la paura è altrettanto atavica (ma anche tra gli animali sociali avviene la stessa cosa), in ambito sociale, politico, religioso. Se la realtà del fatto è intuitiva, l’aneddotica è immensa, tanto che possiamo dire che, siccome il concetto stesso di regola sussiste solo in compresenza di un meccanismo sanzionatorio, possiamo ben dire che qualsiasi tipo di relazione sociale e il rispetto delle norme di comportamento è basato sulla paura. Perché, allora, è sensato dire come fa Donatella di Cesare, che «Il contesto politico in cui viviamo oggi in Italia è quello di una vera e propria fobocrazia. Con questo termine intendo un dominio della paura»?

Tutti mentono, si tratta solo di vedere il perché ed entro quali termini. Parla di guerre dalle motivazioni ufficiali e motivi nell’ombra, Jackson Browne in Lives in the balance, «with the blood in the ink of the headlines… when a government lies to a people, and a country has drift into war», vedere ad esempio Le guerre segrete della Cia di Bob Woodward, e altri. Qui sta il punto, nascosto in primo piano quanto una false flag: chi occupa posizioni di grande visibilità può sfruttare la cassa di risonanza mediatica per ingigantire problemi sociali e convertire la paura dell’elettorato in consenso.

Non è quindi una grossa novità, questa fobocrazia, tra una citazione di Malcom X ed una di Chomsky si delinea un po’ sempre lo stesso scenario, con tutta una serie di operatori professionisti della politica (non politici, badate bene, e soprattutto non statisti) che appaiono soggetti borderline rispetto ai narcisisti patologici con le loro profezie autoavveranti: la paura, come l’incomprensione (che genera paura, però) è uno strumento di controllo in un’infinità di relazioni sociali, da quelle col proprio avvocato (vedi Azzeccagarbugli) a quelle familiari.

La società controllata di David Lyon, L’insicurezza sociale di Robert Castel, Terrore e modernità di Donatella di Cesare, ma prima ancora Umberto Eco con Costruire il nemico, a cui affiancare i testi base sulla propaganda (da Le Bon a Goebbels) : i testi per decrittare il fenomeno sono numerosi, e andrebbero letti come prodromi di una riflessione approfondita dell’attuale esplosione dell’interazione tra ignoranza dilagante, senso di insicurezza indotto e conseguente richiesta di limiti alla propria libertà personale (ogni aumento della sicurezza sociale percepita si basa su una conseguente perdita di libertà individuale, ci spiega Lyon).

Vi sarebbe poi la questione del nemico, figura archetipica che aiuta alla definizione del sé in senso psicanalitico; potremmo allargare il discorso fino a scriverne un saggio, che comunque sarebbe tutt’altro che esaustivo: basti pensare che, anche secondo recenti studi, il razzismo è favorito sia dalla paura (del diverso) che dalla stupidità e dall’ignoranza. Il nemico si fa d’ombra, e si ingarbuglia la matassa.

Ovviamente, la fobocrazia è un’aberrazione della politica, e il fenomeno va studiato attentamente e con la massima urgenza, anche per stabilirne i termini: quanta individualità inconscia vi è nell’adesione acritica alle istanze fobocratiche? Se la questione interessa piuttosto ovviamente etica e morale, va stabilito se la paura indotta dalla fobocrazia sia realmente incentrata sulla sicurezza in senso proprio, o se vi sia un’adesione inconsciamente ipocrita, laddove la “paura” reale è semplicemente quella di perdere una parte anche infinitesimale del proprio stile di vita e dei propri privilegi. In un senso aberrante, comunque, la paura è sempre paura del dolore, nell’accezione più estesa del termine: si tratta, infondo, di determinare la soglia di sopportazione del dolore, sia a livello individuale che sociale.

Papa Francesco ha appena detto «La paura rende pazzi». Era stato più preciso Gregory House «Il dolore ci porta a fare scelte sbagliate, la paura del dolore è ancora peggio». Ma sia a livello individuale che sociale, sulla sopportazione del dolore potrebbe intervenire l’empatia. Potrebbe.

Fear rules.

Vieri Peroncini per MifacciodiCultura

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