Il Museo Ghibli a Tokyo e Haruki Murakami: i maestri del distacco

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Fuori dal centro di Tokyo, raggiungibile con la metro e poi con un bus, c’è un luogo speciale, uno di quelli preziosi che hanno dato vita a dei fotogrammi indelebilmente impressi nelle menti di tantissimi. I bambini del Sol Levante o gli adulti anche d’oltreoceano sono i custodi transitori che legittimano il ricordo delle pellicole custodite al Museo Ghibli (三鷹の森ジブリ美術館: bosco di Mitaka), ne conservano i sussulti entusiastici delle prime visioni o lo stupore di chi, nel fiore degli anni, ha amato le eroine di Miyazaki dapprima invisibili e poi sempre più responsabilmente innamorate dei loro aiutanti, padroni di un mondo solo in apparenza irreale. Chiunque arrivi nel sobborgo di Mitaka è lì per un motivo: rincontrare quelle emozioni primigenie, e può farlo ma alla faccia di un paradosso: non si possono scattare foto all’interno del Museo Ghibli, nemmeno una, è consentito solo osservare e ricordare.

Chihiro: Non dimenticherei il mio nome, è lei che me l’ha rubato.

Haku: Se te lo dimentichi non potrai più tornare a casa. io ho fatto di tutto per ricordare il mio.

Chihiro: Non ricordi il tuo nome?

Haku: No, ma per qualche strano motivo ricordo il tuo!

(Hayao Miyazaki, La città incantata)

Una volta varcata la soglia (per assicurarsi l’accesso occorre prenotare il biglietto con un largo preavviso, anche di mesi, vista la costante massa di visitatori appassionati di Miyazaki), sulla sinistra vi è un teatro che spalanca il sipario su alcuni filmati inediti dello Studio Ghibli, dove la piccola bambina di Totoro esplora un immenso bosco ed incontra gli abitanti, curiosi osservatori semi nascosti nel verde.  Animati da una vitalità entusiasta, molto similare alle reazioni  fanciullesche di quando si riceve un regalo inaspettato, gli occhi della natura si spalancano eccitati e accolgono, tipicamente nello stile nipponico con rumori ma senza parole, l’ospite bambina.

Sussurri, farfugliamenti, leggeri sospiri eppur senza una sillaba tutto è comprensibile: accoglienza, fremito di novità, scoperte e qualcosa da mangiare che regali un senso fiducia. Nelle sale circostanti, in costruzioni aggrovigliate e al piano superiore nei ricordi nostalgici sapientemente ammaestrati in disegni, sono collocate le infinite stampe delle pellicole giapponesi: Chihiro incontra Haku, Kiki vola sulla scopa per i cieli notturni e qualche gatto esplora la città e scruta simpaticamente gli abitanti.

Il paradiso risiede nei ricordi della nostra infanzia. In quei giorni eravamo protetti dai nostri genitori ed eravamo innocentemente incoscienti dei tanti problemi che ci circondavano (Hayao Miyazaki)

Il confine tra mondo reale e immaginazione è ormai impossibile da distinguere. In cielo ci sono due lune, e anche queste provengono dal mondo della finzione (1q84)

Un alone di mistero e di rinnovata consapevolezza del reale, un distacco momentaneo dalla coscienza coi suoi problemi e ragionamenti abituali, per poi riemergere con uno spirito nuovo: Hayao Miyazaki con le sue pellicole e Haruki Murakami tramite i romanzi sono magistralmente capaci di ergersi a Maestri dell’evasione, esplorando il tempo e lo spazio in uno scandagliamento peculiare e inimitabile. In ogni risveglio la mattina e in qualsiasi scrutamento giornaliero dei fili d’erba o del proprio aspetto allo specchio, entrambi restituiscono una sensibilità unica, che evoca curiosità e separazione dal mondo, estrema attenzione ai dettagli entro uno sfondo gagliardo di velata malinconia. L’esplorazione avviene nel quotidiano, che con le sue bizzarrie all’inseguimento di un senso di irreltà costante, con la percezione quasi netta di essere creature fluttuanti in  un’avventura intermittente, vivi nell’evasione spazio-temporalmente momentanea:

Il tempo grava su di te con il suo peso, come un antico sogno dai tanti significati. Tu continui a spostarti, tentando di venirne fuori. Forse non ce la farai, a fuggire dal tempo, nemmeno arrivando ai confini del mondo. Ma anche se il tuo sforzo è destinato a fallire, devi spingerti fin laggiù. Perché ci sono cose che non si possono fare senza arrivare ai confini del mondo (Haruki Murakami)

Il tempo e lo spazio cambiano continuamente, e lo fanno seguendo i tempi e gli spazi soggettivi

Che cos’è poi il tempo? Qualcosa di oggettivamente misurabile oppure, come chiunque almeno una volta nella vita ha pensato, un’entità totalmente soggettiva, che solo parzialmente trova giustizia e congruenza con le lancette dell’orologio? Il tempo mentale e quello oggettivo non scorrono sempre su binari incrociati, bensì compiono un percorso comune solo raramete: quando più che nell’animo di un bambino questo avviene, più confusamente spesso che mai nel corso della vita? Da piccoli, tutto appare reale e viene percepito vivo: i giganti allertano al massimo, la luna piena evoca i lupi mannari e, al contrario, l’orsetto tranquillizza prima della fiaba della buona notte e i gatti sono creature fedeli all’uomo.

Credere di poter avere una conversazione direttamente con un felino, di solito caratterizzato peculiarmente da una pennellata di nero notturno, tutto è che fuorchè strano, sia per un Nakata protagonista del celebre Kafka sulla spiaggia di Murakami che per l’eroina vagabonda disegnata da Miyazaki ne I sospiri del mio cuore. Il mondo è un costruzione artificiosamente fantasiosa,  è stato creato e oggettivato da alcune menti che, più di altre, si sono prese il carico di rappresentarlo nella sua eccentricità tramite degli artefatti: manuali, opere teatrali, fotogrammi, film. Questi non sono nient’altro che la vivificazione, in chiave fantasiosa, della percezione di una  precarietà costantemente irreale.

Si entra, ci si siede un po’, si prende un tè, si guarda il paesaggio fuori dalla finestra, e quando arriva il momento si ringrazia e si esce (Haruki Murakami, 1q84)

È dunque il Giappone che, nel suo scrigno del Sol Levante, offre gli elementi e incentiva  lo sviluppo di personalità talmente peculiari da generare un rapporto spazio-realtà-persona del tutto originale. Miyazaki e Murakami, i Maestri del distacco distraggono lo spettatore con un diversivo estraniandolo dalla fissità delle angosce persistenti e catapultando i pensieri liberi entro il fotogramma nero nascosto dietro un sipario onirico, il quale con i suoi ingredienti rivisitati del reale garantisce un viaggio, lontano ma non troppo, dall’immaginazione del reale.

Isabella Garanzini per MIfacciodiCultura

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