L’infanzia perduta: il dramma dei bambini della Shoah

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Liliana Segre e il padre Alberto

Immaginate la Shoah.
Immaginate di avere 8 anni e di scoprire, improvvisamente, di essere stati espulsi da scuola, di non poter più giocare con i vostri compagni di classe. Immaginate di essere i padri e le madri di quei bambini e ragazzi e di vivere nell’angoscia per il futuro dei vostri figli. Immaginate di venir caricati su vagoni bestiame, ammassati come animali condotti al macello. E immaginate di vivere tutto questo con gli occhi di quegli stessi bambini e ragazzi espulsi, a cui i genitori non hanno saputo spiegare che essere ebreo, in Europa, negli anni ’40 del Novecento, è sinonimo di immondo e porta con sé l’odore acre della morte.

Liliana Segre aveva 8 anni quando le fu detto di essere stata espulsa per la sola colpa di essere nata; ne aveva 13 quando fu deportata insieme al padre ad Auschwitz, dove le loro strade si separarono per sempre. Qui fu marchiata come una bestia; qui patì le umiliazioni, le privazioni, le botte dei kapò; qui respirò ogni giorno il puzzo di carne bruciata. Da qui ne è uscita provata, ferita, piegata, ma non spezzata. La sua voce fa da eco a quella delle poche centinaia di bambini ebrei italiani tornati a casa, gli unici dei quasi 1.000 deportati.
Ma la Shoah non fu solo Auschwitz. Fu la fuga in campagna, fu la divisione delle famiglie, fu il terrore di essere scoperti e mandati a morire, fu la sensazione di sentirsi traditi dal proprio Stato…

I bambini della Shoah

In Europa, furono circa un milione e mezzo i bambini uccisi nei campi di concentramento o nelle deportazioni. La selezione aveva inizio al momento dell’arrivo nei lager: i piccoli al di sotto dei 13 anni venivano immediatamente mandati a morire nelle camere a gas perchè non utili al lavoro. Per coloro che venivano eccezionalmente tenuti in vita, la morte immediata sarebbe stata più dolce: circa 300.000 ( in gran parte gemelli ) furono selezionati da Mengel come cavie umane, usati per esperimenti pseudo – scientifici, costretti a patire sofferenze atroci e soppressi senza alcuna esitazione quando essi non fossero più utili da vivi per le finalità della ricerca. Se non bastarono gli esperimenti, la fame e il lavoro a ucciderli, ci pensò la marcia della morte a determinare un’ulteriore selezione: nel momento in cui i tedeschi si resero conto dell’avanzata dell’Armata Rossa, aprirono le porte dei campi e costrinsero i prigionieri a una serie di marce forzate di centinaia di chilometri nel freddo dell’inverno. Continuare a mettere un piede davanti all’altro e non guardarsi mai indietro erano le uniche possibilità di uscirne vivi. Fermarsi a pensare a chi non ce la faceva più, a coloro che cadevano nella neve, sfiancati dalle privazioni, non era possibile: ogni passo compiuto poteva essere un passo verso la libertà.

Come è potuto accadere tutto questo?

Si è accettata l’avanzata di Hitler e Mussolini prima e delle leggi razziali poi come un dato di fatto: nessun dubbio, nessuna incertezza nel considerare il vicino di casa non più tedesco, italiano, polacco, francese, ma solo e inesorabilmente ebreo.
Se, a distanza di anni, i ricordi di quei ragazzi di allora ci aiutano ogni giorno ad avere una vaga idea di cosa significasse sopravvivere nei lager per anni, patendo l’indicibile, fu l’indifferenza in cui tutto ciò accadde a segnare l’inizio della fine. Rari furono i casi di solidarietà, pochi coloro che misero a repentaglio la propria vita per salvarne delle altre, pochi che anche solamente si opposero a una politica che colpiva parte della popolazione europea.

I bambini della Shoah

L’indifferenza causò la Shoah. L’indifferenza provocò la morte di milioni di persone. L’indifferenza determinò, nel suo essere non – scelta, una separazione tra chi meritava di vivere e chi di morire, tra i “noi” e i “loro”.

E allora a cosa serve celebrare la Giornata della Memoria, se non a puntualizzare e a precisare che quello che è accaduto non più di 80 anni fa ( l’età dei nostri nonni, dei nostri genitori ) è stato il momento più buio della Storia europea. Le grandi patrie dell’Illuminismo e della Ragione ottenebrate dalla paura del diverso. I sopravvissuti di quella oscurità politica e sociale gli unici testimoni di un passato talmente recente da spaventare.

Ogni anno il numero dei sopravvissuti si riduce fisiologicamente e quando anche l’ultimo testimone sarà morto, la Giornata della Memoria si dovrà far carico di questo compito: non permettere che un capitolo così orribile si riduca a una sparuta riga nel libro della Storia. Perché la disperazione e lo smarrimento dei bambini della Shoah, costretti a non andare più a scuola, a nascondersi, a fuggire lontano, senza che prima di allora avessero mai avuto un’idea precisa di cosa significasse per loro essere ebrei, non è stata immaginazione, ma terribile realtà.

Rosa Araneo per MIfacciodiCultura

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