Giorgio Gaber e la mancanza di senso collettivo nella società

GABER & LA SOCIETA'

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Considerare Giorgio Gaber (Milano, 25 gennaio 1939 – Montemagno di Camaiore, 1º gennaio 2003) un semplice cantante o cantautore è davvero riduttivo. Per quanto l’etichetta cantautore sia precisa e puntuale per Il Signor G va fatta un’eccezione: ha esplorato attraverso canzoni, monologhi e riflessioni le parti più contorte del nostro io, ha analizzato l’uomo e il suo eterno relazionarsi con sé stesso; ha parlato di paure, egoismi, moralità politica con un pragmatismo quasi scientifico non rinunciando mai al suo pilastro portante: l’ironia.

Gaber e Luporini

Nei tempi che corrono definirlo filosofo credo sia l’appellativo più giusto e ogni volta che viene chiamato in causa non fa altro che confermare la tesi. Giorgio Gaber era un filosofo, un filosofo però diverso un po’ più geniale. Non scriveva chilometri di pagine per sviscerare una chimera o per valorizzare il dubbio. Analizzava in maniera semplice e diretta gli aspetti del quotidiano e lo faceva estremamente bene, nei suoi spettacoli c’era gente di sinistra e di destra, atei, cattolici etc. etc. c’era gente assetata di intelligenza e di curiosità.

 

 

«Mi pare che la mancanza del pensiero sia evidente. C’ è un gran desiderio di opinionismo, ma di gente che pensa mi pare ce ne sia poca».

Così parlava in una sua intervista nel ’94 e a pensarci bene una semplice frase di quasi venticinque anni fa appare ancora oggi attuale e vera. L’opinionismo è diventato virale, tutti hanno sempre qualcosa da dire e nessuno si ferma mai ad ascoltare; il dibattito è diventato un patetico plebiscito dove i giudici sono il pubblico, gli applausi il loro strumento, lo share il metro di giudizio. Se esprimi concetti aulici passi per un professorone che vuole dimostrare la propria intelligenza, se invece vomiti frasi e slogan senza senso e spesso fuori luogo sei uno del popolo, un giusto.

Gaber dal vivo

Il pensiero non scandisce più il nostro esistere, è stato sostituito dalle azioni. La cosa potrebbe sembrare positiva se non fosse che spesso le azioni che determinano l’individuo sono sempre più frammentarie, vuote, stupide. Un’accozzaglia di persone attraverso i social e i media s’improvvisano sociologi, psicanalisti, economisti etc. tutti sanno fare qualcosa, sono professionisti di un settore per una decina di giorni (il tempo di trovare un nuovo argomento su cui parlare).

Gaber da buon filosofo aveva un pessimismo quasi calcolato e non stupisce oggi che le sue previsioni si siano avverate, il problema è che lui non offriva soluzioni – come spesso diceva -. Metteva sotto la lente il problema ma non era in grado di risolverlo, non aveva tutto quel potere.

 

 

«Tutti fanno i loro giochi di potere, compresi i giornali, l’informazione. Di alta finanza non si parla. Sappiamo che abbiamo miliardi di debiti, ma se chiedi con chi nessuno lo sa. Ma parlano tutti. E vedendo chi opina il disagio cresce. Crede che la gente abbia capito qualcosa della finanziaria? Delle pensioni? Nessuno ha capito niente, ma in piazza sono andati a milioni. La sensazione dalla quale Luporini ed io siamo partiti è la mancanza totale di senso collettivo»

Quest’ultimo frammento dell’intervista nemmeno meriterebbe analisi, vista la forte attualità e la semplicità linguistica. Giorgio Gaber in poche battute descrive la società, non di un determinato tempo ma nel suo esistere e basta. La mancanza totale di senso collettivo è il dramma del XXI sec. L’ascesa di forze politiche che stanno educando generazioni al dissenso e all’obbedienza più totale è degna dei migliori totalitarismi.

Il senso collettivo si è perso proprio per questo: molti ci hanno fatto credere che l’autoritarismo è stata la causa della crisi mondiale che abbiamo e che a tratti viviamo ancora e così, con la loro ottima propaganda stanno educando la società. D’altra parte la migliore delle dittature è quella che viene chiesta dal popolo e non quella che s’impone.

Giorgio Gaber come al solito aveva capito anche questo, erano tante le cose da lui capite. Uomini del genere mancano alla nostra società malata: non bisognava per forza osannare e condividere il suo pensiero ma sicuramente c’era rispetto nei confronti di un intellettuale che riusciva a metter d’accordo diverse scuole di pensiero tra una risata e una riflessione, tra una strimpellata di chitarra e una sana e maliziosa risata.

Giammarco Rossi per MIfacciodiCultura

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