La “ripugnante creatura” onirica di Mary Shelley

Il tutto inizia nell’estate del 1816, dove lei e Shelley sono vicini di casa di Lord Byron in Svizzera.

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La “ripugnante creatura” onirica di Mary Shelley

coverRicordiamo oggi una scrittrice che a inizio Ottocento seppe offrirci una pietra miliare della letteratura inglese e successivamente anche mondiale: Mary Shelley (Londra, 30 agosto 1797 – Londra, 1º febbraio 1851).

Mary Wollstonecraft Godwin nasce in una famiglia composta da personaggi di punta della società intellettuale progressista inglese. Il padre, William Godwin, è un filosofo. La madre, irruenta femminista e seguace degli impulsi, muore poco dopo il parto.

Grazie alle conoscenze del padre e alle assidue frequentazioni di casa Godwin da parte dell’intellighenzia, Mary cresce immersa nella cultura e in compagnia delle migliori personalità letterarie del momento: nome tra i tanti è quello di Coleridge, il quale è ricordato con affetto da Mary per aver letto in casa Godwin il manoscritto di Ancient Mariner. Nella stessa cerchia entra poi a far parte P.B. Shelley, inizialmente già sposato e in un rapporto destinato a prossima fine, coinvolto in una relazione di forte passione (dall’estate del 1814) con Mary, da cui poi Mary Shelley.

Il primo prodotto di vero successo uscito dalla penna di Mary è la sua “ripugnante creatura” (lei stessa definiva in questi termini la sua opera), Frankenstein; or The Modern Prometheus, uscito anonimo nel 1818, con prefazione di Shelley – tanto che in principio si credeva essere un suo testo.

L’opera viene recepita ai tempi come un vero bestseller, per usare un termine moderno che faccia capire la portata del successo. Tutti si congratulano con la giovane scrittrice, sia privatamente sia facendolo con recensioni e commenti pubblici su testate giornalistiche inglesi. Anche le persone più vicine a Mary (ormai Mary Shelley) si stupiscono del suo precoce talento che a soli diciannove anni le ha permesso di realizzare una narrativa di tale livello. Ma, senza peccare di falsa modestia, è Mary Shelley stessa che rimane esterrefatta dalla sua produzione. Questo stupore la porta a riflettere sulle condizioni che l’hanno condotta sulla strada di questo romanzo tra il gotico e il realismo (come sottolinea Muriel Spark, scrittrice scozzese scomparsa dieci anni fa e grande studiosa di Mary Shelley). È da questa analisi introspettiva che prende forma la Prefazione alla seconda edizione del libro, uscita nel 1831, e che reca la firma della stessa autrice. Mary Shelley, in questo testo introduttivo, ci rende partecipi dell’atmosfera da cui nasce Frankenstein. Il tutto inizia nell’estate del 1816, dove lei e Shelley sono vicini di casa di Lord Byron in Svizzera. L’incessante pioggia e il conseguente vincolo a restare entro le mura domestiche, spinge il gruppo di amici nella nota e comune cornice per cui il tempo viene impiegato nel racconto di storie inventate:

«Ciascuno di noi scriverà una storia di fantasmi» – disse Lord Byron, e la sua proposta fu accettata. Eravamo in quattro.

FrankensteinSotto inconscia influenza – afferma la scrittrice – delle colte conversazioni tra Shelley e Byron a proposito del galvanismo e della possibilità di ridare vita a un cadavere, degli esperimenti e delle teorie di Darwin, così come dei conseguenti risvolti filosofici, Mary si addormenta, e in questo frangente onirico sogna la “cosa terrificante” che sarà quel tremendo “tentativo umano di imitare lo stupendo meccanismo del Creatore umano” (un ossimoro, quello tra il terrificante e lo stupendo, che è leggibile in ogni riga del testo). Svegliatasi, decide di scrivere la sua storia, tradurre in parole l’immagine del cadavere che riprende calore e movimento sotto gli occhi del suo artefice. Mary Shelley è la sola, tra i quattro partecipanti al gioco, ad aver dato forma concreta alla sua storia. Possiamo dire che resta così spiegato lo stesso stupore dell’autrice nel considerare il successo del suo testo: tutto è nato in maniera non consapevole, interpretazione pura di un sogno. È stato, probabilmente, anche per questo che la maggior parte delle critiche volte alla stesura dell’opera riguardano la struttura e la composizione narrativa e diegetica, una costruzione che manca di concatenazione e nessi, un’impalcatura debole. A queste, si aggiungono anche negative recensioni (sempre databili nel XIX secolo) che parlano in termini di disgusto verso la storia raccontataci da Mary Shelley: non si vede insegnamento alcuno né piacevolezza per un lettore, a meno che questo non abbia un gusto “deplorabilmente corrotto” – giudizi molto forti.

Mary ShelleyTra lodi e critiche si sviluppa così, però, l’indiscusso successo di una scrittrice che, seppur con altre opere pubblicate (ricordiamo Matilda, L’ultimo uomo, Lodore, Falkner), ha dato sostanza a molte rivisitazioni moderne della storia basata sul mito di Prometeo e della ribellione alla soggezione divina vista con occhi tutt’altro che benevoli.

Resasi leggenda con la sua stessa creatività, Mary Shelley è orgoglio e vanto della letteratura inglese grazie al suo moderno Prometeo. Un moderno Prometeo che potrebbe essere ancora più moderno oggi nel XXI secolo di quanto non lo fosse duecento anni fa, in questa epoca del progresso incessante e inarrestabile che ha permesso di raggiungere traguardi sempre più in direzione di una sfida alla natura, ai limiti umani e alle barriere della nostra esistenza fisica. Le ricerche scientifiche stanno toccando obiettivi sempre più estremi in una continua lotta contro l’umano mortale. Chissà quale connotazione del “moderno” avrebbe avuto oggi un personaggio-Prometeo di Mary Shelley

 

Sabrina Pessina per MIfacciodiCultura

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